Compagne e compagni, la notizia è brutta e va detta chiara: all'Ex Ilva di Taranto hanno spento l'altoforno 2. L'ultima colata di ghisa è storia, e da oggi l'area a caldo è ferma. Non è un incidente, non è un destino cinico e avverso: è la logica del capitale che si mangia i posti di lavoro e la vita degli operai. E mentre i padroni si grattano la pancia, il governo si prepara a mettere una pezza con la cassa integrazione, come se il pane e le bollette si pagassero con i buoni pasto.
La situazione è un intreccio di carte bollate e miseria. La Corte d'Appello di Milano ha ordinato lo stop dell'area a caldo per motivi ambientali e sanitari. E noi, da sempre, diciamo: la salute dei lavoratori e del popolo viene prima del profitto. Ma attenzione: i giudici di Milano hanno ragione sui rischi, eppure la loro sentenza rischia di diventare l'alibi perfetto per chi vuole chiudere bottega e scappare. Il governo, da par suo, si muove con la lentezza di una lumaca ubriaca: si parla di un decreto con 125 milioni per la cassa integrazione, 80 per l'indotto e 45 per i dipendenti diretti. Copertura fino a giugno. E poi? Poi si vedrà, come sempre. Nel frattempo, le materie prime sono finite e i forni si raffreddano.
Chi comanda davvero: i giudici o i padroni?
Il nodo è politico, non tecnico. Il decreto della Corte d'Appello è esecutivo, e solo la Cassazione, con l'udienza del 20 ottobre, potrebbe annullarlo. Ma il governo, nelle segrete stanze di Palazzo Chigi, con il sottosegretario Mantovano e i ministri Calderone, Urso e Giorgetti, studia come tenere i forni in 'preriscaldo' per non compromettere gli impianti. Tradotto: vogliono salvare i macchinari, non i lavoratori. Vogliono tenere accesa la fiammella per quando arriverà il compratore giusto, magari uno che promette l'acciaio green con il Dri e i forni elettrici. E chi ci rimette, come sempre, è la classe operaia, quella che ha sporcato le mani per decenni e ora viene lasciata a casa con un assegno di integrazione.
Il piano del governo è chiaro: puntare all'acciaio verde, ma solo se c'è un piano industriale credibile. E chi giudica la credibilità? Sempre loro, i padroni. La gara per rilevare gli asset è stata prorogata all'8 novembre, e si vocifera di altri 400 milioni per il Dri, fino a 1,2 miliardi. Ma nessuno parla di riassunzioni, di garanzie occupazionali, di futuro per i 4.200 lavoratori che rischiano di restare per strada. Nessuno parla di nazionalizzare, di mettere l'acciaio sotto controllo pubblico e dei lavoratori. No, loro preferiscono i bandi e le cordate, mentre il popolo aspetta.
La Cassazione deciderà, ma intanto si muore
Il Procuratore generale della Cassazione critica il decreto di Milano, ma il suo parere non ferma nulla. E allora, mentre i giudici discutono di amianto e polveri sottili, gli operai di Taranto, Genova e Novi guardano il futuro con la paura negli occhi. La lotta, però, non si ferma. I sindacati hanno incontrato il governo, ma noi sappiamo che la vera risposta non arriverà da Palazzo Chigi. Arriverà dalla strada, dalle assemblee, dall'unità dei lavoratori. Come ai tempi delle lotte operaie, come ai tempi dei partigiani, la classe oppressa non chiede elemosina: chiede giustizia.
Il capitale ha le mani sporche di sangue e acciaio, e il governo è il suo servo fedele. Ma la storia ci insegna che le lotte unite vincono. Dobbiamo stare insieme, indotto e dipendenti diretti, precari e pensionati, perché la cassa integrazione è una medicina che cura i sintomi, non la malattia. La malattia si chiama capitalismo, e la cura si chiama socialismo. L'Ex Ilva non è un'azienda: è la casa di migliaia di famiglie, è il simbolo di un'industria che potrebbe essere al servizio del popolo e non del profitto. E noi non ci arrendiamo. La lotta continua, compagne e compagni. Fino alla vittoria.
Fonte: Il Sole 24 ORE