Mladić sepolto con gli onori di Stato: la Serbia bacia le mani sporche di sangue
Belgrado ha reso omaggio a un boia. Ottomila persone, forse più, hanno salutato Ratko Mladić, il generale condannato all'ergastolo per il genocidio di Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo, come fosse un eroe nazionale. Funerale con picchetto d'onore, bandiere di Stato, ministri in prima fila. Il popolo serbo, quello che ha subito le bombe della NATO, sembra aver scelto di abbracciare chi ha ordinato di macellare ottomila uomini e ragazzi musulmani in tre giorni di follia.
La Serbia onora un criminale di guerra: cosa è successo al funerale di Mladić
Mladić è morto il 27 agosto nel carcere dell'Aja, dove scontava l'ergastolo. Il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia lo aveva riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Ma a Belgrado, davanti alla chiesa di San Luca Apostolo, nessuno ha pronunciato la parola Srebrenica. Nessuno ha ricordato i morti. Solo applausi, cori e bandiere.
Il figlio Darko, in lacrime davanti alla bara, ha parlato di tribunali artificiali e di menzogne. Il patriarca della Chiesa ortodossa serba, Porfirije, ha definito Mladić un cristiano ortodosso e soldato serbo che sarà giudicato dalla Storia. La Storia, però, ha già emesso il suo verdetto: genocida.
Il silenzio dello Stato e la presenza dei ministri: chi c'era al funerale
Il presidente Aleksandar Vučić non c'era. Ha preferito ricevere il presidente uzbeko, mandando il figlio Danilo al posto suo. Ma lo Stato c'era eccome: almeno tre ministri, tra cui quello alla Giustizia Nenad Vujić, l'ambasciatore russo, i vertici della Republika Srpska. E poi picchetti d'onore, supporto logistico, ordine pubblico garantito. Una regia precisa, come da copione.
L'Unione europea ha ripetuto il suo monito: La glorificazione di criminali di guerra non ha posto nell'Ue né nei Paesi candidati all'adesione. Ma Bruxelles può pure parlare: la Serbia è lì, in fila per entrare, e nessuno ha mai davvero posto la questione in modo serio. Intanto il governo ha chiesto lo scioglimento del Parlamento, in vista delle elezioni anticipate di ottobre. E la macchina del consenso si nutre anche di questo: il culto dei carnefici.
Perché la Serbia celebra Mladić: nazionalismo, Chiesa ortodossa e oblio
Non è un caso isolato. È la costruzione di una memoria selettiva, dove i difensori diventano eroi e i criminali diventano martiri. La Chiesa ortodossa serba, pilastro dell'identità nazionale, benedice questo processo. I media filo-governativi inquadrano volti commossi. Nessuna contestazione, nessuna contromanifestazione. Il silenzio è assordante.
E mentre la Bosnia si vergogna, mentre i media di Sarajevo titolano Vergognoso e Una società smarrita, Belgrado va avanti per la sua strada. La strada di chi ha scelto di non guardare in faccia la propria storia. La strada di chi preferisce onorare i boia piuttosto che le vittime.
I nemici hanno cercato di ucciderti più volte fallendo. Hanno cercato di comprarti, fallendo. Hanno cercato di spaventarti, non ci sono riusciti. Hanno ucciso tua figlia e non ci sono riusciti. E alla fine, non è rimasto loro che inventare menzogne su di te.
Le parole del figlio Darko, davanti alla bara del padre, sono il ritratto di un paese che ha smarrito la bussola. Ma noi, dalla parte delle vittime, dalla parte della storia, non dimentichiamo. Srebrenica non è una menzogna. È una ferita aperta. E chi la copre di bandiere e di onori militari, si copre di vergogna.
La lotta contro il nazionalismo, contro il revisionismo, contro l'oblio è la nostra lotta. Oggi Belgrado, domani chissà. Ma la memoria è un'arma. E noi non la deponiamo.