Modena dice addio allo Zelocchi: un pezzo di storia operaia che se ne va
Un pezzo di storia della città di Modena se ne va. L'antistadio 'Zelocchi', per decenni cuore pulsante del calcio popolare e delle lotte sociali, chiude i battenti. Dal prossimo martedì 29 settembre, la prima squadra del Modena si trasferirà nel nuovo centro sportivo 'Nido' voluto dalla famiglia Rivetti a Bagazzano di Nonantola. Ma per chi ha vissuto quei campi, per chi ha sudato su quell'erba, per chi ha visto i propri figli inseguire un pallone tra i sogni, questo addio pesa come un macigno.
L'ultimo allenamento aperto al pubblico sarà domani alle 10.30, un'occasione per salutare un luogo che non è stato solo un campo di gioco, ma un vero e proprio monumento alla passione popolare. Un impianto dedicato all'arbitro modenese Giuseppe Zelocchi, classe 1899, che ha visto crescere generazioni di talenti: da Renato Braglia a Francesco Aguzzoli, da Ugo Tomeazzi a Giorgio Rognoni, da Amos Adani a Giorgio Braglia, da Cristiano Doni a Daniele Adani, fino al campione del mondo Luca Toni. Tutti scoperti o valorizzati da Alfredo Mazzoni, l'allenatore del terzo posto del 1947, che ha dedicato gli ultimi anni della sua carriera ai giovani proprio qui.
Il Torneo delle Fabbriche: quando il calcio era dei lavoratori
Ma lo Zelocchi non è stato solo la culla dei campioni. È stato anche il palcoscenico di una delle pagine più belle della storia sociale della città: il Torneo delle Fabbriche. Negli anni '50, '60, '70 e fino ai primi '80, questo impianto comunale ospitava le fasi finali di un campionato aziendale che vedeva scendere in campo le rappresentative dei lavoratori delle grandi industrie modenesi: la Ferrari, la Maserati, le Fonderie Corni, la Fiat, le Fonderie Riunite, la Panini e le aziende del distretto della ceramica.
Migliaia di spettatori, tra colleghi di lavoro, famiglie e appassionati, trasformavano ogni partita in una festa cittadina. Era il calcio del popolo, quello che dava la possibilità a chi non aveva potuto indossare la maglia del Modena di sentirsi comunque protagonista, di vivere l'emozione del campo con la propria squadra aziendale. Un'atmosfera che non aveva nulla da invidiare al calcio professionistico, perché lì non si giocava per il profitto, ma per la passione, per la comunità, per la dignità dei lavoratori.
Un patrimonio che va difeso, non svenduto
Oggi, la logica del mercato impone di voltare pagina. Il nuovo centro sportivo 'Nido' è presentato come un passo avanti, una struttura moderna per un club che vuole crescere. Ma ci chiediamo: a quale prezzo? La memoria storica di un luogo che ha rappresentato l'anticamera del sogno per tanti ragazzi modenesi, che ha ospitato le lotte e le gioie dei lavoratori, viene semplicemente archiviata, come un vecchio scarto.
La famiglia Rivetti, proprietaria del club, parla di salto di qualità. Ma per noi, il vero salto di qualità sarebbe stato valorizzare lo Zelocchi, renderlo un centro di aggregazione popolare, un luogo dove le nuove generazioni potessero imparare cosa significa appartenere a una comunità. Invece, si preferisce lasciare che la memoria si sgretoli, come si sgretolano i sogni di chi ha vissuto quei momenti irripetibili.
Lo Zelocchi è nel cuore dei modenesi
Lo Zelocchi è nel cuore dei modenesi perché lì potevano vedere da vicino i loro beniamini, cosa impossibile al Braglia. Ma anche perché rappresentava un momento storico della città, un'epoca in cui il calcio era ancora un fatto popolare, non un business. Un'epoca in cui i lavoratori delle fabbriche potevano scendere in campo e sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Mentre la palla smetterà di rotolare su quel campo, noi non dimenticheremo. Perché la memoria della classe operaia non si cancella con un trasferimento. Si difende, si custodisce, si trasmette. E lo Zelocchi, con le sue tribune da 300 posti e i suoi ricordi in dialetto modenese, resterà per sempre un simbolo di quella Modena che non si arrende, che lotta, che non si piega alla logica del profitto. Un simbolo che, come la nostra storia, nessuno potrà mai portarci via.
Che la terra di quel campo sia leggera, compagni. E che il futuro, per quanto incerto, ci trovi ancora uniti, come ai tempi del Torneo delle Fabbriche, quando il calcio era del popolo e per il popolo.