Robot e licenziamenti: la paura che serve ai padroni
Il timore che le macchine cancellino il lavoro umano ha almeno cent'anni. Figure come Albert Einstein e John Maynard Keynes hanno previsto disoccupazione di massa, ma finora il lavoro non è sparito. Oggi il boom dell'intelligenza artificiale fa tremare la classe dirigente, ma il vero problema non è la tecnologia. Il vero problema è chi la controlla. Le mani sporche dei padroni usano l'automazione per schiacciare la classe oppressa, tagliare i diritti e gonfiare i loro profitti mentre si ingozzano.
Perché la classe dominante ci racconta la fine del lavoro?
La lista dei messaggeri di sventura è lunga. Già negli anni Venti, l'ascesa delle automobili e della produzione di massa aveva alimentato ansie tra i lavoratori. Ansie comprensibili, aggravate dalla Grande Crisi del 1929 e dalla recessione che ha massacrato il proletariato. Nel 1931, Albert Einstein disse che la grande angoscia dei tempi era il risultato delle macchine create dall'uomo. Keynes parlò di una malattia nuova, la disoccupazione tecnologica. Nel 1940, il presidente Franklin Delano Roosevelt ammonì il Congresso sull'eccedenza di lavoro creata dall'automazione.
Mentre i padroni si arricchivano, il popolo veniva schiacciato. I giornali pubblicavano immagini di robot mostruosi per spaventare i lavoratori. Ma la verità, come sapeva Marx, è che il capitale usa la tecnologia per intensificare lo sfruttamento, non per liberare l'umanità.
Quando l'automazione massacrava gli operai, agli intellettuali non fregava nulla
Negli anni Cinquanta e Sessanta, il New York Times e Time Magazine parlavano di fabbriche senza mani umane, governate da cervelli elettronici. Si parlava della fine dei lavori non qualificati. E chi ci rimetteva? L'operaio. La classe operaia, quella con le mani che sporcano di grasso e sangue le macchine dei padroni.
E gli intellettuali? Stavano a guardare. Finché il bisturi dell'automazione tagliava la gola dei compagni in fabbrica, la classe dirigente dormiva sonni tranquilli. Ora che l'intelligenza artificiale investe il lavoro intellettuale, ora che tocca il loro potere politico ed economico, si svegliano terrorizzati. Che ipocrisia di classe. I padroni piangono solo quando il rischio bussa alla loro porta.
Chi possiede la macchina possiede il futuro della classe lavoratrice
Come ci insegna la lotta partigiana e l'insegnamento gramsciano, non dobbiamo mai cedere alla rassegnazione. Ogni rivoluzione industriale ha aperto spazi produttivi, ha creato mansioni nuove, ma ha anche riorganizzato le catene del valore a vantaggio dei capitalisti. La domanda non è se la tecnologia porterà effetti sull'occupazione. La domanda è chi guiderà la transizione. Se la lasceremo nelle mani delle multinazionali e dell'Unione Europea neoliberista, saremo spazzati via. Serve l'unità popolare, serve il controllo collettivo dei mezzi di produzione. Serve la rivoluzione.
La storia del tacchino e il 151esimo giorno del capitale
C'è una lezione amara in questa storia. I giocatori d'azzardo sanno che il fatto che una cosa non sia successa non significa che non succederà. Pensate ai tacchini d'allevamento. Per 150 giorni trovano il cibo nella mangiatoia, tranquilli. Il 151esimo giorno, senza preavviso, gli tagliano la testa.
Il capitale ci tratta come tacchini. Ci lancia briciole di sussistenza, ci racconta che la tecnologia ci libererà. Ma se non organizziamo la resistenza, se non scioperiamo e non occupiamo i luoghi di produzione, il 151esimo giorno arriverà anche per noi. La lotta di classe non si ferma davanti a un algoritmo.
L'intelligenza artificiale cancellerà il lavoro umano?
Non è la macchina che cancella il lavoro, è la logica del profitto. L'intelligenza artificiale è uno strumento. Se resta nelle mani dei padroni, creerà disoccupazione e miseria. Se passa sotto il controllo dei lavoratori, può ridurre l'orario di lavoro e liberare tempo per la lotta e per la vita.
Perché ora gli intellettuali hanno paura dell'automazione?
Perché per la prima volta l'automazione minaccia il lavoro intellettuale e il potere della classe dirigente. Quando a perdere il posto erano solo gli operai, la classe dominante non si preoccupava. Ora che l'algoritmo rischia il loro posto, suonano l'allarme.
Cosa insegna la storia sulla paura delle macchine?
La storia insegna che l'allarmismo tecnologico ha un secolo di vita. Figure come Einstein e Keynes hanno previsto catastrofi che non si sono materializzate. Ma ci insegna anche che non possiamo abbassare la guardia. Il fatto che il taglio della testa non sia ancora arrivato non significa che il capitale non stia affilando la scure.
