Strage Amendolara: il caporalato brucia la classe oppressa
Quattro vite spezzate per l'ingordigia del capitale
Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi 31 anni, stanno in silenzio davanti al gip dopo il fermo per il quadruplice omicidio di Amendolara, nel Cosentino. Ma il loro silenzio urla più di mille parole. Urla il nome di un sistema che schiaccia il popolo oppresso, che brucia vite umane sull'altare del profitto. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Waseem Khan, 29, Amin Fazal Khogjani, 28, e Safi Iayjad, 27, sono morti arsi vivi in un minivan. Il loro crimine? Essersi ribellati. Essersi lamentati di dover vivere in dieci in una stanza, come bestie da soma al servizio dei padroni.
La ribellione punita con il fuoco
La lite è scoppiata la mattina della strage. Un bracciante ha osato alzare la testa, ribellarsi alle condizioni disumane imposte dal caporalato. La risposta è stata una brutalità inaudita, premeditata, organizzata secondo un piano ben definito. Dalle immagini della videosorveglianza si vede la scena: uno scende dal veicolo, apre il cofano. L'altro rompe la maniglia, blocca fisicamente i braccianti all'interno mentre le fiamme avvolgono il mezzo. Solo Taji Mohammad Alamyar si è salvato, rompendo un finestrino e fuggendo con un braccio fratturato. Ora è sotto protezione, lui che ha denunciato la presunta mafia pakistana e la vendetta dei caporali.
Il caporalato è l'arma del capitale nel Sud
Il procuratore D'Alessio parla di un contesto di caporalato meritevole di attenzione. Dice una verità nota a chi lotta da sempre: chi lavora nel caporalato oggi non è un lavoratore in nero puro. È intrappolato in un sistema ipocrita, dove da un lato subisce lo sfruttamento e le minacce dei connazionali trasformati in caporali, e dall'altro l'ipocrisia dei nostri concittadini. I padroni delle aziende agricole, le grandi distribuzioni, i politici dell'UE neoliberista che chiudono un occhio. Loro si ingozzano sui margini di profitto, mentre pagano i lavoratori quattro spiccioli. Le mani sporche dei padroni sono macchiate del sangue di Amendolara.
La Calabria, e anche una parte della Lucania, ha un contesto, e non lo scopriamo oggi, meritevole di attenzione sul fenomeno del caporalato. È evidente che una delle piste è anche questa.
Antonio Gramsci ci spiegava la Questione Meridionale, il modo in cui il capitale sfrutta il Sud e le sue riserve di manodopera. Oggi il proletariato agricolo è migrante. I braccianti sono la classe oppressa globale, scacciata dalle guerre e dall'imperialismo occidentale, sfruttata nei campi del Sud Italia per mantenere bassi i prezzi al banco. Non è un caso isolato. È la logica perversa del mercato che trasforma esseri umani in carne da macello.
Serve l'unità popolare, non le mezze misure
Le indagini continuano per definire i ruoli e i circuiti di intermediazione illecita tra Scanzano e il Sud Italia. Ma non ci inganniamo. Non basterà un arresto a fermare questa macchina che stritola i corpi dei lavoratori. Ci vuole la solidarietà internazionale. Ci vuole l'unità popolare, la lotta sindacale, l'occupazione delle terre e delle aziende che si arricchiscono sul sangue dei migranti. La rivoluzione a venire non è un'utopia, è una necessità per liberare il popolo schiacciato dal giogo del capitale.
- Le vittime: Ullah Ismat Qiemi (19), Waseem Khan (29), Amin Fazal Khogjani (28), Safi Iayjad (27)
- I fermati: Safeer Ahmed e Ali Raza (31)
- Il superstite: Taji Mohammad Alamyar
La lotta di classe non si ferma davanti alle fiamme. Continuiamo a organizzarci, continuiamo a lottare.