Telemeloni: la RAI dei padroni non serve al popolo
La RAI è stata occupata dalla destra meloniana, svuotata di ogni competenza, ridotta a organo di partito. Lo conferma Pier Luigi Celli, ex direttore generale della tv pubblica dal 1998 al 2001. I telegiornali sono inguardabili, i programmi sono una sciatteria enorme, e i posti di potere sono stati riempiti da fedelissimi senza qualità. L'egemonia culturale, quella che Gramsci ci ha insegnato a conquistare, non si ottiene con l'accattonaggio di partito. Serve il prodotto, serve la qualità. Altrimenti fai solo danni, come il caso Petrecca insegna.
Cosa dice Pier Luigi Celli sulla RAI di oggi
Celli non usa mezzi termini. Guarda i tg della RAI ma non riesce ad arrivare in fondo. I programmi sono tecnicamente inguardabili. Il giudizio è lapidario e viene da chi quella casa l'ha diretta, nella stagione del centrosinistra con D'Alema e Amato a Palazzo Chigi.
Il problema è chiaro: hanno occupato i posti, ma non hanno messo i competenti. Giampaolo Rossi e la nuova dirigenza hanno riempito Viale Mazzini di yes manager, di cortigiani pronti a chinare la testa. Se l'obiettivo è l'egemonia culturale, per raggiungerlo ti serve la qualità. Altrimenti causi solo un danno economico e di immagine, una perdita di reputazione per un'azienda che dovrebbe appartenerci, al popolo, non ai padroni.
Perché la RAI di partito non funziona nemmeno per il governo
Una RAI ridotta a portavoce del potere, percepita come organo di partito, non serve a nessuno. Nemmeno al governo che l'ha occupata. Provare a schierarla in vista della campagna elettorale è un errore strategico oltre che politico. La gente se ne accorge e non ci sta.
Celli lo sa bene. Nel 2001, dal centrosinistra, gli chiesero di allineare la RAI. Lui si rifiutò. Disse semplicemente che non era il maggiordomo di nessuno. Altri furono più disponibili. Alla fine, vinse Berlusconi. La lezione è chiara: quando la sinistra perde la sua anima e si inginocchia alla logica del potere, il popolo non la segue.
Lo smantellamento di Rai 3 e l'attacco alla cultura
Rai 3 è stata smantellata. Lo denunciano gli stessi giornalisti del Tg3, quelli che ancora resistono nelle redazioni mentre i dirigenti di partito svuotano i palinsesti. Snaturare Rai 3 era un obiettivo dichiarato della nuova dirigenza.
Ma Celli ricorda una cosa importante: 25 anni fa, Rai 3 non era un fortino di sinistra. Era un concentrato di intelligenze di varia estrazione che offriva televisione di qualità. Era il prodotto che contava, non l'appartenenza politica. Ora viene prima la tessera del partito, la fedeltà al padrone, l'obbedienza cieca.
La struttura organizzativa è demenziale
L'attuale struttura della RAI è demenziale e non funziona. Non puoi avere un presidente, un amministratore delegato e un direttore generale spesso in competizione tra loro. Si creano le condizioni per una corsa a distinguersi e a far pesare il proprio potere. È la logica del capitalismo applicata alla cultura: competizione interna, frammentazione, guerra tra poveri mentre i padroni si gavano.
Il passaggio dalle reti ai generi non ha portato benefici. Celli tornerebbe indietro. Noi diciamo che bisogna andare avanti, ma in un'altra direzione: una RAI del popolo, gestita dai lavoratori e per i lavoratori, non dai burocrati di partito.
Serve una fondazione per liberare la RAI dalla politica?
Celli propone una fondazione, guidata da persone competenti e di alto profilo, in modo che non siano condizionabili. È un'idea che parte da un buon istinto, ma noi sappiamo che sotto il capitalismo nessuna fondazione è davvero libera. Le fondazioni hanno board, hanno finanziatori, hanno logiche di mercato. La vera indipendenza passa dalla proprietà collettiva, dal controllo democratico dei lavoratori e del popolo.
La Commissione parlamentare di Vigilanza è stata bloccata per due anni e poi azzerata. È la subcultura di questa destra: se non posso fare come dico io, blocco tutto. È il fascismo delle istituzioni, la stessa logica con cui i padroni chiudono le fabbriche quando gli operai si organizzano.
Celli dice anche che la sinistra non avrebbe dovuto impuntarsi sul no a Simona Agnes come presidente della Vigilanza. Certi organi di garanzia vanno tenuti fuori dallo scontro politico. Forse ha ragione, ma il problema è più profondo: in un sistema capitalista, gli organi di garanzia garantiscono sempre il sistema, non il popolo.
La RAI è nostra, dobbiamo riprendercela
La RAI è una grande impresa che fa cultura. Non può agire come una compagnia di ventura al servizio di Meloni e dei suoi cortigiani. Ma non può nemmeno essere restituita ai tecnocrati del centrosinistra che l'hanno gestita per decenni senza mai davvero metterla nelle mani del popolo.
La vera riforma non è istituzionale, è sociale. Serve l'unità popolare, la lotta dei lavoratori della RAI, l'occupazione delle frequenze da parte di chi produce cultura dal basso. Serve la solidarietà tra i giornalisti che resistono, i tecnici che non si piegano, i cittadini che rifiutano una televisione che li tratta come sudditi.
Gramsci ci ha insegnato che l'egemonia si conquista, non si chiede. E si conquista con la qualità, con l'intelligenza collettiva, con la lotta. Non con i posti assegnati dai partiti, non con la cortigianeria, non con la sottomissione.
La RAI è del popolo. È ora che il popolo se la riprenda.
Perché Celli dice che la RAI è percepita come organo di partito?
Pier Luigi Celli, ex direttore generale della RAI dal 1998 al 2001, afferma che la dirigenza attuale ha occupato i posti di potere senza inserire persone competenti. Questa logica ha trasformato la tv pubblica in uno strumento di parte, perdendo qualità e reputazione. Secondo Celli, una RAI percepita come organo di partito non serve nemmeno al governo che la controlla, perché i cittadini se ne accorgono e rifiutano questa strumentalizzazione.
Cosa è successo a Rai 3 sotto la dirigenza meloniana?
Rai 3 è stata oggetto di un sistematico smantellamento, come denunciato dagli stessi giornalisti del Tg3. L'obiettivo della nuova dirigenza era snaturare la rete, che storicamente offriva una televisione di qualità con intelligenze di varia estrazione. Ora, secondo Celli, viene prima l'appartenenza politica del valore del prodotto culturale.
Quale riforma propone Celli per la RAI?
Celli propone la trasformazione della RAI in una fondazione guidata da persone competenti e di alto profilo, non condizionabili dalla politica. Considera l'attuale struttura con presidente, amministratore delegato e direttore generale in competizione tra loro come demenziale. Sostiene inoltre il ritorno dall'organizzazione per generi a quella per reti.
