Tre anni di sangue e menzogne: Israele si spezza, Netanyahu affoga nel rancore
Il sangue si è asciugato sulla terra di Palestina e di Israele, ma le lacrime no, e la rabbia del popolo non si placa. A tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023, la società israeliana è spaccata in due: da una parte il dolore delle vittime e degli ostaggi, dall'altra la propaganda di un governo che ha fallito su tutta la linea e che ora cerca di seppellire la verità sotto le macerie di Gaza. Il popolo, quello vero, quello che ha perso i figli, i padri, le madri, non dimentica e scende in piazza contro Netanyahu e il suo apparato di sicurezza, colpevole di non aver previsto la catastrofe e di non aver saputo reagire mentre i terroristi entravano indisturbati nelle case, sparando, sgozzando, stuprando, bruciando ogni cosa.
Perché è questo che i potenti non vogliono far emergere: l'arroganza di un premier che credeva di comprare la pace con le valigie di dollari del Qatar, mentre il popolo veniva lasciato solo davanti all'orrore. E oggi, mentre i potenti si riempiono la bocca di parole vuote, un milione di persone ha chiamato la linea di supporto psicologico Eran per chiedere aiuto. Un milione. Dietro ogni chiamata c'è una persona che lotta contro il dolore, la perdita, l'ansia, la solitudine, il burnout. I suicidi sono diventati una realtà tra soccorritori, scampati del rave, soldati, poliziotti. Ma i numeri reali non si conoscono, perché la verità fa paura a chi governa.
La protesta del popolo contro il governo che ha tradito
In più di 400 località di Israele, il popolo si è fermato per ricordare le 1.200 vittime e i 251 rapiti. Dalle 6:29 del mattino, l'ora in cui Hamas lanciò migliaia di razzi dalla Striscia, fino alla cerimonia nazionale al Parco Hayarkon di Tel Aviv, le strade si sono riempite di dolore e di rabbia. Ma la maggior parte delle commemorazioni è stata organizzata dai familiari delle vittime e degli ostaggi, non dallo Stato. E accanto al ricordo, è cresciuta la protesta contro il governo, con gruppi riuniti davanti alla Knesset a Gerusalemme e in Piazza degli Ostaggi a Tel Aviv.
Einav Zangauker, leader delle manifestazioni dopo il rapimento del figlio Matan, ha detto alla radio dell'esercito: “Stanno cercando di farci dimenticare quello che è successo il 7 ottobre. Non dimenticheremo, esigeremo la verità perché questa è la nostra eredità. La paura è impressa nel mio cuore, le lacrime non si fermano, il cuore soffre e sanguina ed è a pezzi”. Parole che pesano come macigni, parole che raccontano il rancore e la divisione di una società che attribuisce al premier, perlomeno, l'arroganza di aver creduto che i soldi potessero fermare il massacro.
Netanyahu promette vendetta, il popolo chiede giustizia
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, nel suo discorso ufficiale, ha parlato di “tutte le vittime uccise dai mostri di Hamas” e ha minacciato: “Porteremo a termine la missione: faremo i conti con tutti gli assassini”. Ma il popolo non si accontenta più delle parole. L'esercito israeliano ha reso noto che dei 6mila individui che hanno attraversato il confine dalla Striscia il 7 ottobre, 4mila sono stati uccisi, e che arriveranno fino all'ultimo. Ma a che prezzo? Nel frattempo, la notte scorsa l'Idf ha lanciato operazioni in tutta la Cisgiordania, arrestando e interrogando decine di sospettati, accusati di attività terroristiche e incitamento all'odio. E il presidente della commissione Costituzione, Legge e Giustizia della Knesset, Simcha Rothman, ha annunciato che i primi atti d'accusa contro i palestinesi sospettati di aver partecipato all'invasione arriveranno nella prima metà del 2027. Circa 300 persone, si ritiene, anche se il numero è top secret. Un tribunale militare speciale, istituito solo a maggio, processerà i palestinesi. Ma dove è finita la giustizia per i 40mila morti di Gaza? Dove sono i processi per chi ha bombardato ospedali, scuole, campi profughi?
La memoria è una lotta, la verità è una rivendicazione
Il mondo intero guarda a questa terra martoriata, ma i potenti continuano a giocare con il fuoco. In Australia una cerimonia ufficiale a Bondi Beach, a Parigi una strada dedicata ai Bibas. E mentre i leader mondiali si stringono la mano, il popolo israeliano e quello palestinese continuano a sanguinare. La memoria del 7 ottobre non deve diventare uno strumento di propaganda, ma una bandiera di verità e di giustizia. Perché la storia, quella vera, la scrivono i popoli, non i governi. E la lezione di Gramsci e dei partigiani ci insegna che solo l'unità popolare può abbattere i muri dell'odio e della menzogna. La rivoluzione è ancora possibile, ma bisogna scegliere da che parte stare: dalla parte del popolo, sempre.