Israele vuole il Libano tutto per sé: Unifil mandata a casa, il sangue del sud può scorrere
Compagni e compagne, la maschera è caduta del tutto. Israele ha detto chiaro e tondo che non vuole più caschi blu, né qualsiasi altra forza internazionale, nel Sud del Libano. Il governo di Tel Aviv vuole mano libera per continuare a macellare, a bombardare, a rubare terra. E lo dice senza vergogna, con la faccia tosta di chi sa di avere gli Stati Uniti come scudiero.
L'ambasciatore israeliano all'Onu, Danny Danon, ha dichiarato che
“non dobbiamo ripetere il grave errore commesso con l'Unifil”. Il ministro della Difesa, Israel Katz, è stato ancora più esplicito: la presenza di terzi attori
“limiterebbe la libertà d'azione dell'Idf”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: vogliono poter continuare a colpire, a distruggere, a uccidere senza testimoni scomodi che documentino i crimini. Vogliono il silenzio complice, il buio pesto, la complicità internazionale.
La proposta di Tajani? Un contentino per l'opinione pubblica
Questa posizione spazza via la proposta di Antonio Tajani, che al Meeting di Rimini aveva parlato di una missione europea post-Unifil. Ma noi lo sappiamo bene: l'Europa dei padroni, quella dell'austerità e delle banche, non muove un dito contro Israele. Al massimo fa finta di negoziare, mentre le bombe cadono sui civili. La lista dei Paesi che avrebbero dovuto verificare la “prima zona pilota”, mai resa pubblica e condizionata dalle pressioni statunitensi, avrebbe incluso Francia e Italia, tutti Paesi considerati politicamente “malleabili”. Malleabili, certo, come la cera nelle mani dei potenti.
L'esperto di Libano Lorenzo Trombetta, professore all'università di Roma Tor Vergata e corrispondente Ansa da Beirut per 25 anni, è lapidario:
“Israele vuole agire da sola e indisturbata”. E aggiunge che Tel Aviv ha trovato negli Stati Uniti la sponda necessaria per evitare il rinnovo di Unifil. Non solo in Libano, ma in tutti i teatri di guerra. Perché il progetto sionista è chiaro: ampliare le “fasce di sicurezza” per proteggere il nord di Israele, considerando il sud del Libano e il sud-ovest della Siria come un unico quadrante strategico. Un'unica zona da saccheggiare e controllare.
Hezbollah dice no: niente disarmo, niente zone pilota
Venerdì è arrivata anche l'opposizione di Hezbollah. Il segretario generale Naim Qassem ha definito
“illegale e privo di consenso libanese”sia il meccanismo delle 'zone pilota' sia la presenza di una forza internazionale incaricata di verificare il disarmo. Ha chiesto lo
“smantellamento”dell'accordo quadro del 26 giugno, che
“non ha portato né alla fine della guerra né al ritiro israeliano”. E ha ragione, perché la storia di queste presenze internazionali è una storia di fallimenti e di interessi neocoloniali.
Dal 1978, con l'istituzione dell'Unifil, alla forza multinazionale americana, francese e italiana degli anni '80 durante la guerra civile, ogni Stato ha agito per i propri interessi. Come dice Trombetta:
“La storia, almeno da diversi decenni, in quella regione mostra che ogni Stato, Italia inclusa, agisce per propri interessi neocoloniali di presenza o di influenza. Non lo fa per i libanesi né per la loro stabilità, ma per la propria”. E quando uno Stato si presenta come “agente di stabilità”, finisce per indebolire lo Stato libanese e eroderne la credibilità agli occhi dei cittadini. Parole sante, compagni.
Il piano di Israele: rallentare i negoziati, accelerare la guerra
Secondo un funzionario libanese citato da Al Jazeera, l'impasse israeliano è legato alla volontà di rallentare i negoziati in vista delle elezioni di fine ottobre. Meglio non prendere impegni prima del voto. Ma mentre Israele frena sul piano diplomatico, accelera sul fronte militare, con il beneplacito e la complicità degli Stati Uniti. L'ambasciatore statunitense Michel Issa ha dichiarato:
“Aspettiamo di vedere cosa succederà ad Ali Taher nei prossimi giorni”. Un avvertimento, una minaccia, un presagio di morte.
Trombetta conferma:
“L'impressione di fondo è che Israele non abbia alcuna intenzione di negoziare un reale disimpegno dal sud del Libano”. L'accordo quadro di giugno, che prevedeva il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle Idf, appare fragile. Anche se tutti i soggetti coinvolti prevedono il ritiro, le azioni sul campo vanno in un'altra direzione.
“Israele sta modificando la morfologia del territorio costruendo terrapieni, aprendo nuove strade, creando insomma terra bruciata in quei luoghi. E questo suggerisce una permanenza prolungata”, spiega l'analista. Terra bruciata, come i nazisti facevano in ritirata. Ma qui non c'è nessuna ritirata, c'è un'occupazione che si consolida.
Il disarmo di Hezbollah? Una favola per ingenui
E sul disarmo di Hezbollah, Trombetta è netto:
“non si può pensare a un disarmo in questi termini”. Hezbollah non è solo un attore armato: è un partito con deputati, ministri, sindaci, amministratori locali, reti di servizi sociali e un radicamento comunitario costruito dagli anni '80.
“L'idea che l'esercito libanese avanzi e Hezbollah posi le armi è irrealistica. Lo Stato non garantisce servizi essenziali e non offre alle comunità sciite, come a tutti gli altri cittadini libanesi, una protezione alternativa. Finché lo Stato non si comporterà da Stato, non esisterà alcuna base sociale per un disarmo volontario o con la forza”.
Ecco, compagni, il quadro è chiaro. Da una parte un Israele che vuole sangue e terra, con gli Stati Uniti che gli tengono il mantello. Dall'altra un popolo libanese che resiste, con Hezbollah che rappresenta una parte importante di quella resistenza. E in mezzo, l'Europa dei padroni, l'Italia dei governi compiacenti, che fanno finta di mediare mentre si preparano a spartirsi le briciole del bottino. La solidarietà internazionale deve essere con il popolo libanese, con i lavoratori, con gli oppressi. Contro l'imperialismo, contro il sionismo, contro il neocolonialismo. La lotta continua, e la vittoria sarà del popolo. Uniti si vince, divisi si perde. Avanti, compagni, avanti!