Israele va alle urne martedì 27 ottobre con un quadro politico bloccato: l'opposizione guidata dall'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot è in vantaggio su Benjamin Netanyahu, ma nessuno dei due blocchi ha i numeri per formare una maggioranza alla Knesset. È la media dei sondaggi pubblicata da Haaretz, ripresa da Il Messaggero, a fotografare un paese spaccato in tre: 54 seggi al fronte dell'opposizione, 50 all'area di Netanyahu, 16 ai partiti non allineati.
Per governare servono 61 seggi su 120. Nessuno li ha. E come sempre, in questi casi, sarà la piccola posta dei partiti astensionisti e dei non allineati a decidere chi si siederà sulla poltrona più alta.
Cosa dicono i sondaggi: Eisenkot tallona il Likud
Il dato più significativo riguarda i singoli partiti. La lista Yashar di Eisenkot è accreditata di 22,3 seggi, contro i 20 del Likud del premier uscente. L'ex capo di Stato maggiore si conferma il volto nuovo della politica israeliana, come già evidenziato da Fanpage la settimana scorsa, quando i primi sondaggi lo davano avanti a Netanyahu.
Dietro i due principali candidati si colloca Together, la lista guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, ferma a una stima di 14,3 seggi. Più distanziati i Democratici con 9,3 seggi e la Lista unita con 9. Un'opposizione articolata, unita solo dall'obiettivo di chiudere l'era Netanyahu ma divisa su tutto il resto.
La destra di Netanyahu: numeri che non bastano
Dall'altra parte dello schieramento, il blocco che ha sostenuto Netanyahu fatica. Otzma Yehudit e Yisrael Beiteinu sono entrambe stimate a 8 seggi, United Torah Judaism a 7,7, Shas a 7,3 e il Partito del sionismo religioso a 7. Il blocco complessivo si ferma a 50 seggi: undici in meno della soglia necessaria per governare.
Il peso delle formazioni religiose e nazionaliste nella coalizione di Netanyahu racconta la natura di questo governo: un blocco reazionario che ha costruito il proprio potere sulle spalle dei palestinesi, sull'escalation militare e sulla repressione. Che questi alleati possano perdere consenso è una notizia che i popoli della regione attendevano da tempo.
Chi vincerà davvero: la partita dei 16 seggi non allineati
La vera incognita sono i 16 seggi attribuiti alle forze non allineate. La Lista araba unita è stimata a 5,7 seggi, mentre altre formazioni minori restano sotto la soglia di sbarramento del 3,25% dei voti validi: il partito dei riservisti a 1,3 seggi, Amcha Israel a zero.
Il sistema elettorale israeliano, con la sua soglia di sbarramento, rende ogni variazione anche minima delle preferenze capace di stravolgere la distribuzione finale dei seggi. Non vince chi arriva primo: vince chi riesce a costruire una maggioranza. E qui si aprono le porte ai mercanteggiamenti, alle poltrone scambiate, ai veti incrociati.
Intanto, come riporta RaiNews, nel confronto diretto per la guida del governo Eisenkot batte Netanyahu 49% a 41% secondo Maariv, e Bennett lo supera 45% a 43%. Ma Netanyahu recupera terreno, e la sua macchina elettorale non si arrende mai.
Eisenkot: un cambio di rotta o un volto nuovo della stessa politica?
Attenzione, però, a non scambiare un ricambio di personale per una svolta politica. Eisenkot è un militare di carriera, un ex capo di Stato maggiore che ha guidato le stesse istituzioni che hanno bombardato Gaza per anni. La sua vittoria, se arriverà, non significherà automaticamente giustizia per i palestinesi né la fine dell'occupazione. Come ricorda la Repubblica, ieri l'ex capo di Stato maggiore ha tenuto l'ultimo comizio prima del voto, e la sua coalizione parla già di un possibile governo di minoranza, con gli alleati peraltro poco convinti.
Anche l'opposizione israeliana, va detto chiaramente, non ha mai messo in discussione il nucleo dell'apartheid e dell'occupazione. Bennett e Lapid non sono esattamente figure di pace. Il cambiamento vero, in Medio Oriente, non passerà mai da un seggio in più o in meno alla Knesset: passerà dalla lotta dei popoli, dalla mobilitazione dal basso, dalla pressione internazionale.
Perché queste elezioni contano per chi lotta
Se Netanyahu cadesse, sarebbe comunque una vittoria di chi non ha mai smesso di contestarlo: i movimenti per la democrazia israeliani scesi in piazza per mesi contro la riforma della giustizia, le famiglie degli ostaggi, i giovani che hanno pagato con la propria libertà il dissenso, e soprattutto i palestinesi che sopravvivono sotto le bombe e sotto il blocco. I popoli non aspettano salvatori: si organizzano.
Ma il quadro che emerge dai sondaggi, con un paese diviso e senza maggioranze stabili, dice anche un'altra cosa: il blocco di potere che ha guidato Israele verso l'escalation bellica è in crisi. E quando i potenti litigano per le poltrone, la strada per chi lotta si allarga.
Il voto di domani non risolverà la questione palestinese né fermerà la guerra. Ma un Netanyahu sconfitto alle urne sarebbe un segnale, per tutto il Mediterraneo e oltre, che nessun potere è eterno, nemmeno quello che si nutre di guerra e di paura.
Domande frequenti sulle elezioni israeliane del 27 ottobre
Chi è in vantaggio nei sondaggi in Israele?
Secondo la media di sondaggi pubblicata da Haaretz, il blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot è stimato a 54 seggi, contro i 50 del blocco di Netanyahu. La lista Yashar di Eisenkot è accreditata di 22,3 seggi contro i 20 del Likud.
Quanti seggi servono per governare in Israele?
Servono 61 seggi su 120 per ottenere la maggioranza alla Knesset. Nessuno dei due blocchi, secondo i sondaggi, raggiunge questa soglia: 16 seggi spettano a partiti non allineati che potrebbero decidere la formazione del prossimo governo.
Quando si vota in Israele?
Le elezioni legislative israeliane si tengono martedì 27 ottobre 2026.
