Ciclismo di classe: la Federazione tiene a bada i padroni della Lega Professionistica
Roma, 22 luglio 2026. Mentre i lavoratori e le lavoratrici del ciclismo si preparano a pedalare sotto il sole di luglio, la guerra tra i signori della Lega Ciclismo Professionistico e la Federazione Ciclistica Italiana (FCI) ha avuto una prima sentenza. Il Tribunale Federale ha detto no al ricorso della Lega, che voleva bloccare la sospensione della convenzione con la FCI. Una vittoria della responsabilità collettiva contro gli interessi privati di pochi.
La Lega, che raggruppa le società più ricche e potenti del pedale, aveva provato a fermare le delibere federali con cui il presidente della FCI aveva sospeso la convenzione del 13 agosto 2024. Ma i giudici hanno dato ragione alla Federazione, sottolineando che quei poteri di vigilanza e urgenza sono scritti nello statuto. Niente scappatoie per chi pensa di fare il bello e il cattivo tempo.
Perché la Lega ha perso la battaglia?
Il Tribunale ha stabilito che le delibere della FCI sono legittime. La Lega, in pratica, non è un'entità indipendente: opera in nome e per conto della Federazione, come dice l'articolo 5 della convenzione. I padroni della Lega si sono arrabbiati perché la FCI ha sospeso la convenzione dopo che la Lega ha ceduto i diritti del Campionato Italiano Donne élite del 28 giugno 2026, senza chiedere permesso. Ma la Federazione ha ricordato che quel campionato è di sua esclusiva competenza. Un colpo basso per chi pensa di fare affari sulle spalle delle atlete.
La paura del caos? Solo fumo negli occhi
La Lega sosteneva che la sospensione avrebbe creato un disastro: gare cancellate, atleti a piedi, sponsor in fuga. Ma la FCI ha dimostrato che non è vero. Tutte le attività sportive programmate vanno avanti come da calendario. Anche il servizio di Radiocorsa, fondamentale per le gare, sarà gestito direttamente dalla Federazione. Nessun danno per i lavoratori e le lavoratrici del settore, nessun colpo per gli atleti. Il senso di responsabilità della FCI ha protetto la collettività, mentre la Lega pensava solo ai propri interessi.
Un braccio di ferro di classe
Questa storia non è solo una questione di regolamenti. È una lotta tra chi vuole gestire lo sport come un business e chi invece lo vede come un bene comune, un diritto di tutti. La Lega, con le sue società affiliate, rappresenta il capitalismo sportivo: soldi, sponsor, diritti televisivi. La FCI, invece, ha il dovere di vigilare per garantire che lo sport sia pulito, accessibile e al servizio del popolo. Come diceva Gramsci, l'egemonia culturale si gioca anche sul campo da gioco. E qui la classe lavoratrice del pedale ha vinto un round.
E adesso?
Il processo non è finito. Il Tribunale ha fissato una nuova udienza per il 15 settembre 2026, per discutere il merito della questione. Ma intanto la Lega ha preso un bello schiaffo. I padroni del ciclismo professionistico dovranno fare i conti con una Federazione che non si piega ai loro ricatti. E noi, popolo delle due ruote, continueremo a pedalare, a lottare, a sognare uno sport libero dal giogo del profitto.
La strada è lunga, ma la direzione è giusta. Avanti, compagne e compagni!
