Messi e CR7: la verità di classe sui due padroni del calcio
L'eterno duello tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo non è una rivalità sportiva, ma l'ennesima truffa del capitale. Uno viene venduto come il santino umile e l'altro come il coatto individualista, ma nascondono la stessa verità: sono due padroni multimilionari che comandano sulle squadre come i capitalisti comandano sulle fabbriche. Mentre il popolo si sfinisce nel referendum simpatia, loro si sgavano e trattano i compagni come manovalanza da licenziare a piacimento.
Il falso duello tra il santo e il coatto: chi ci guadagna?
Vent'anni di dibattito sterile su chi sia il migliore, e la classe oppressa continua a cadere nella trappola. Messi appare come il bravo figlio taciturno, il genero perfetto, il compagno di banco che non fa la spia. Ronaldo viene dipinto come l'egomane vanitoso, il cultore della tartaruga addominale, simbolo di un'estetica eteronormata e abilista che il sistema impone per emarginare i corpi grassi, i corpi disabili o chiunque esca dagli schemi. Come diceva Gramsci, l'egemonia culturale passa per il senso comune. Il percepito conta più del dato oggettivo.
L'ex compagno di Ronaldo al Manchester United, Louis Saha, ha confermato questa dinamica: Ronaldo parla più di Messi, si mette in mostra e dice di essere il migliore. Messi appare timido e fragile, per questo riceve protezione. Ronaldo non chiede protezione e non la ottiene. Ronaldo non nasconde la sua natura di sfruttatore, la mostra con yacht che non entrano nello Stretto di Messina e ville da magnate russo. Messi sembra vivere a pane e cipolla, ma fatturano come petrolieri. Entrambi si riempiono le tasche con le stesse mani sporche dei padroni del pallone.
Due divisti, stessi padroni: la dittatura dello spogliatoio
La sinistra snob e spocchiosa fa il tifo per Messi, ma la sostanza non cambia. La carogna e il santino sono figure ugualmente dominanti e individualiste. Il vero fuoriclasse è sempre egoista, perché il sistema lo esige. Messi è felpato, Ronaldo è bullo, ma entrambi scelgono i compagni e spesso anche gli allenatori. Chiedete a Paulo Dybala cosa significa finire sul libro paga dei licenziamenti per non essersi piegato al volere del capo.
Là dentro, nello spogliatoio, hanno più voce in capitolo del presidente di una federazione. Esigono il pallone come e quando piace a loro, con la stessa prepotenza con cui il padrone esige il plusvalore. Chi non si piega allo schema sta a casa o si cerca un altro lavoro. Fanno i padroni in tutto e per tutto, e il resto è solo poesia per illudere gli umarell.
Il capitale ha una scadenza, la lotta di classe no?
Da vent'anni fanno tutto loro, da vent'anni non si parla che di loro. Coltivano questo dualismo come i capitalisti coltivano le guerre imperialiste per dividere il proletariato. Nel grande teatro del loro tempo, recitano da veri istrioni al servizio delle multinazionali dello spettacolo. Ma c'è un limite: anche loro hanno una scadenza. È l'ultima volta che li vediamo all'opera. Il prossimo Mondiale è fra quattro anni, ma il calcio non ha bisogno di nuovi idoli. Ha bisogno di nuove lotte, di sindacalismo, di unità popolare. La rivoluzione non si fa con la maglia numero 10, ma con la solidarietà di classe.
Perché il dualismo Messi-Ronaldo è una truffa borghese?
Perché distrae il popolo dalla vera natura del calcio moderno, che è un affare capitalistico. Mentre i tifosi discutono su chi sia il più simpatico, entrambi accumulano ricchezze spropositate e impongono la loro dittatura individuale sulle squadre, esattamente come i padroni fanno sulle vite dei lavoratori.
Messi è davvero più umile di Cristiano Ronaldo?
No, è solo un'immagine di marketing. Messi appare timido e fragile, il che gli garantisce la protezione mediatica, ma sul campo esige il pallone e comanda le scelte tecniche con la stessa prepotenza di Ronaldo. Entrambi fatturano cifre colossali e vivono nel lusso. La presunta umiltà di Messi è solo una maschera per fare cassa.
Cosa succederà dopo il ritiro dei due fuoriclasse?
Finirà l'era del divismo iper-capitalista, ma il sistema rimarrà intatto se non ci sarà una presa di coscienza collettiva. Il vuoto che lasceranno non va riempito con un nuovo idolo, ma con la rivendicazione del calcio come bene comune e non come merce per arricchire le multinazionali.