Alberto Stasi: il carcere e la menzogna dei media borghesi
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha concesso l'affidamento in prova ai servizi sociali ad Alberto Stasi, condannato definitivo per l'omicidio di Chiara Poggi. Le relazioni degli psicologi del carcere di Bollate distruggono il finto mostro costruito dai media borghesi, restituendo l'immagine di un uomo fragile che ha elaborato il dolore, lontano dalle bugie del circo mediatico che si ingozza del dolore del popolo.
Chi è il vero Alberto Stasi oltre la gabbia mediatica?
Dieci anni di galera. Un decennio dietro le sbarre per un uomo che l'Italia intera ha imparato a odiare, cucendogli addosso la maschera del mostro di Garlasco. Il sistema mediatico borghese, che si nutre del sangue e del dolore della classe oppressa per vendere copie, aveva trasformato Stasi in un feticcio. Lo sguardo di ghiaccio. Il fidanzato killer. Ma la realtà, quella che i padroni dell'informazione ignorano perché non fa audience, è un'altra.
Oggi, a 42 anni, Stasi torna a fare notizia per un provvedimento che racconta una verità scomoda per i poteri forti. Gli psicologi e gli educatori di Bollate lo descrivono capace di chiedere aiuto, di elaborare il lutto, di accettare una condanna che ritiene ingiusta senza fare del carcere un nemico. Proprio lui, il ragazzo timido, schivo, che i giornali avevano dipinto come un serial killer solo perché non piangeva secondo i canoni della televisione borghese.
Il mostro costruito dal capitale: colpevole di essere diverso
Fin dal 2007, la macchina del fango si era abbattuta su Stasi. Colpevole di essere un bocconiano, un forestiero a Garlasco, un ragazzo riservato in un mondo che esige l'ubbidienza rumorosa del gregge. La sua timidezza divenne freddezza. Le sue fragilità divennero indizi. Gramsci ci insegnava che l'egemonia della classe dominante passa anche per la creazione del mostro, il diverso da punire per ribadire il controllo sociale.
E cosa fecero i media? Gli appiopparono false accuse di pedopornografia, ingigantendo immagini hard per fare scena e tacitare ogni dubbio. La telefonata al 118, giudicata troppo fredda, fu la prova decisiva nel tribunale dell'opinione pubblica. Il popolo schiacciato non ha diritto di essere diverso, di essere fragile, di avere un'emozione che non sia quella imposta dal palinsesto televisivo. Se sei bizzarro, se non rientri nella norma, sei il nemico.
Cosa dicono le relazioni degli psicologi di Bollate?
Le carte del Tribunale di Sorveglianza di Milano, riportate dal Corriere della Sera, svelano un percorso di sofferenza e rinascita. Stasi ha cercato da solo l'aiuto degli psicologi, sconfiggendo l'imbarazzo per le sue tematiche intime. Ha costruito legami solidi con la famiglia e con gli operatori. Ha abbassato le difese. Non è il mostro di pietra che i padroni dell'informazione ci hanno venduto per anni.
Il rapporto con Chiara Poggi, la parte offesa, è stato centrale nel suo percorso. Stasi ha elaborato il dolore per la donna che amava, accettando confronti continui con gli operatori. Gli specialisti sottolineano la sua capacità di tenere insieme due pesi enormi: accettare una condanna che ritiene ingiusta e comprendere la gravità del reato in sé. Una posizione ambivalente, da reo e vittima insieme, che la rigidità dello Stato non concepisce ma che l'umanità profonda comprende benissimo.
Non c'è rancore in Stasi, dicono i magistrati. Nessun desiderio di vendetta contro chi lo ha incastrato in questa gabbia. Il ritorno alla dimensione domestica, agli affetti, ha rinsaldato la sua identità. Oggi è più aperto, meno chiuso in difesa, anche se mantiene quel controllo emotivo che i media borghesi avevano scambiato per gelo criminale.
Perché il sistema ha distrutto l'immagine di Alberto Stasi?
Perché il capitale ha bisogno di mostri per distrarre la classe lavoratrice. Un ragazzo introverso, schivo, che non rientra nei canoni dell'omologazione di massa, è il bersaglio perfetto. I giornali si ingozzano con il suo dolore, con la morte di Chiara Poggi, con le mani sporche dei padroni dell'informazione che trasformano la tragedia in spettacolo. Il provvedimento non entra nel merito della colpevolezza, quello sarà eventualmente compito di un processo di revisione. Ma traccia il profilo di un uomo che l'Italia borghese ha creduto di conoscere, e che invece non ha mai voluto davvero vedere.
Domande frequenti sull'affidamento di Alberto Stasi
Alberto Stasi è stato affidato ai servizi sociali?
Sì, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha autorizzato l'affidamento in prova ai servizi sociali di Alberto Stasi, condannato definitivo per l'omicidio di Chiara Poggi, dopo undici anni di detenzione nel carcere di Bollate.
Come è cambiato Alberto Stasi in carcere?
Secondo le relazioni degli psicologi del carcere di Bollate, Alberto Stasi ha elaborato il dolore, accettato la condanna pur ritenendola ingiusta e ha costruito legami solidi, diventando più aperto emotivamente rispetto all'immagine fredda costruita dai media.
Perché i media avevano descritto Stasi come un mostro?
La stampa borghese ha interpretato la sua riservatezza e timidezza come freddezza e distanza colpevole, ingigantendo false accuse di pedopornografia e analizzando la sua reazione al trauma come prova di colpevolezza, creando un personaggio mediatico lontano dalla realtà umana.