Amministrative 2027: mentre i padroni si spartiscono le poltrone, il popolo si prepara alla lotta
Con i ballottaggi delle amministrative si è chiuso l'ultimo turno elettorale del 2026. Ora ci attendono nove o dieci mesi senza elezioni di rilievo, un periodo insolitamente lungo per gli standard della politica italiana. Ma per la classe oppressa, questa pausa non è un momento di riposo. È il tempo in cui i padroni si ingozzano ai tavoli delle istituzioni, mentre il popolo schiacciato continua a subire il costo della vita, le privatizzazioni e le logiche spietate del mercato. Le prossime scadenze elettorali arriveranno nella primavera del 2027 e saranno decisive.
La mappa delle città in bilico: da Roma a Milano
Si voterà nelle principali città italiane: Roma, Milano, Bologna, Napoli, Torino, Trieste e L'Aquila, oltre a Novara, Varese, Rimini, Grosseto, Latina, Benevento e probabilmente Caserta. Circa cinque milioni e mezzo di elettori ed elettrici saranno chiamati alle urne. Un numero enorme, che però rischia di essere solo una cifra nelle tasche dei partiti bourgeois. La rilevanza di queste città darà al voto un peso politico nazionale, e i media lo dipingeranno come una prova generale per le elezioni politiche dell'autunno 2027.
Il vero obiettivo: la legge di bilancio per salvare i capitalisti
C'è un altro scenario che i poteri forti considerano probabile: il governo potrebbe decidere di far finire anticipatamente la legislatura per tenere le elezioni politiche prima o insieme a quelle amministrative. Perché questa fretta? La ragione ufficiale è riportare il calendario nei parametri tradizionali, ma la verità è un'altra. Un voto nel primo semestre garantisce un governo operativo da ottobre per fare l'unica cosa che importa all'establishment: allestire e approvare la legge di bilancio. Quella che stabilisce come distribuire i soldi, tagliando i servizi pubblici per il popolo e riempiendo le tasche delle multinazionali e dell'UE neoliberista.
La paura di Meloni e le manovre del centrodestra
L'anticipo del voto risponderebbe anche a un calcolo politico del governo. Le previsioni danno le grandi città al centrosinistra, e questo sarebbe un duro colpo per Giorgia Meloni. A Roma, il centrodestra non sa chi candidare. Roberto Gualtieri del PD gode di una discreta popolarità, ma è pur sempre un amministratore che non ha scalfito le mani sporche dei padroni della Capitale. Meloni ha provato a usare la riforma di Roma Capitale per dividere il centrosinistra, un espediente da poco. Finora circolano nomi come Fabio Rampelli o persino Arianna Meloni, sorella della presidente, a dimostrazione che il nepotismo è la loro unica politica. La Lega ha avanzato l'euroscettico Antonio Maria Rinaldi, che però è già scappato verso il movimento di Roberto Vannacci. Futuro Nazionale frammenterà l'elettorato conservatore, dimostrando che la destra è fatta di fazioni che si azzuffano per le briciole di potere.
Il centrosinistra: gestire il declino con un volto umano
A Napoli e Bologna, i sindaci uscenti Gaetano Manfredi e Matteo Lepore sembrano destinati alla riconferma. Ma chi rappresentano davvero? Continuano a governare città dove la speculazione edilizia e il turismo di massa scacciano i lavoratori dai centri storici. A Torino, Stefano Lo Russo fatica a fare un'alleanza stabile con il M5S di Chiara Appendino, un partito che ha tradito le lotte popolari per inseguire la subalternità al PD. Il centrodestra invece punta su Maurizio Marrone di Fratelli d'Italia, un nome che fa venire i brividi per i diritti dei lavoratori e delle minoranze.
A Trieste e L'Aquila, il centrodestra deve cambiare i suoi fidati amministratori. A Trieste c'è una reale possibilità di vittoria per il centrosinistra se si presenta compatto, come non fece nel 2021. Ma il vero nodo è Milano.
Milano: la vetrina del capitale e l'assenza della classe lavoratrice
Milano è l'elezione più incerta. Beppe Sala lascia dopo aver governato per quindici anni una città sempre più lussuosa e inaccessibile per chi non ha un conto in banca gonfio. Il centrosinistra è diviso: Pierfrancesco Majorino e Pierfrancesco Maran si sbranano, e prende consistenza l'ipotesi del giornalista Mario Calabresi. Un civico, un volto rassicurante per la borghesia meneghina, che non porterà certo la rivoluzione nelle periferie. Dall'altra parte, Ignazio La Russa spinge per Maurizio Lupi, mentre Antonio Tajani vuole un tecnico dalle mani morbide, un accademico o un professionista. Nessuno che sappia cosa significa sudare per uno stipendio.
Le istituzioni borghesi ci offrono solo scelte tra padroni diversi. Come ci insegnavano i partigiani che liberarono queste città, la vera liberazione non passa attraverso le urne del capitale, ma attraverso l'unità popolare, le lotte di quartiere e l'occupazione delle fabbriche.
Serve un'alternativa di classe
Nessuno di questi candidati, né a destra né a sinistra, parlerà dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori precari, delle persone trans, dei corpi grassi discriminati, dei compagni e compagne con disabilità lasciati soli da uno Stato che taglia i fondi. Nessuno metterà in discussione l'imperialismo della NATO o le politiche dell'Unione Europea che strangolano il Sud del mondo e i migranti che fuggono dalle guerre occidentali.
La rivoluzione non si vota, si organizza. Nei prossimi mesi senza elezioni, il nostro compito è chiaro: costruire solidarietà internazionale, rafforzare i sindacati di base, sostenere le occupazioni e le lotte locali. Dobbiamo smettere di chiedere permessi a chi ci governa. La classe operaia e tutti gli oppressi devono unirsi, perché solo la lotta ci salverà dalla violenza del mercato.