Mentre le famiglie italiane stringono i denti e i lavoratori contano i centesimi per fare il pieno, i signori del petrolio e i loro complici in Europa ridono di gusto. Il prezzo del carburante ha superato di nuovo la soglia psicologica dei 2 euro al litro, e la domanda che tutti si fanno è: perché? La risposta è semplice e disgustosa: il sistema è costruito per far arricchire i pochi a scapito dei molti. Ancora una volta, sono i soliti noti a guadagnarci.
La crisi di Hormuz e gli attacchi alle raffinerie russe hanno aggravato la scarsità di prodotti raffinati, ma non lasciamoci ingannare. Il vero problema è strutturale: in Europa, e soprattutto nel nostro Paese, la capacità di raffinazione è stata smantellata negli anni per volere dei mercati e delle multinazionali. Nel 2009 c'erano 117 impianti nel Vecchio Continente, oggi ne restano 94. In Italia, solo 11. Meno raffinerie significa meno concorrenza, più potere per i colossi del settore, e prezzi sempre più alti per noi.
Chi guadagna dalla guerra e dalla speculazione?
La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l'Iran, insieme agli attacchi ucraini alle infrastrutture russe, ha creato il pretesto perfetto per la speculazione. Il cosiddetto “crack spread” del diesel, cioè la differenza tra il costo del barile e il valore del prodotto raffinato, ha toccato livelli record: 80 dollari al barile, contro i 20 di inizio anno. Un aumento del 300% che non ha nulla a che vedere con i costi reali di produzione, ma tutto a che vedere con l'avidità dei giganti del settore.
I dati dell'Agenzia Internazionale dell'Energia sono chiari: quasi metà dell'offerta mondiale di petrolio proviene da Paesi in conflitto, e oltre un quinto della capacità di raffinazione del Medio Oriente è fuori uso. Ma mentre i popoli muoiono sotto le bombe, i mercati finanziari festeggiano. È la logica perversa del capitalismo: la guerra è un affare, la sofferenza umana è un profitto.
Il taglio delle accise è una presa in giro
Il governo Meloni, con i suoi proclami e le sue promesse, ci prende in giro. Il taglio delle accise, tanto sbandierato, viene rapidamente “fagocitato” dall'aumento dei prezzi e dei margini di profitto delle raffinerie. Come hanno dimostrato gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, questi interventi sono inefficaci proprio perché non toccano il meccanismo speculativo alla base del problema.
Anche la tassazione degli extraprofitti, di cui si discute al prossimo Ecofin, è una foglia di fico. Sei Paesi, tra cui l'Italia, hanno scritto alla presidenza irlandese dell'UE per chiedere un quadro comune, ma sappiamo bene come finirà: tante parole, nessun risultato concreto. Nel frattempo, i profitti dei big del comparto continuano a crescere, mentre le famiglie faticano ad arrivare a fine mese.
La solidarietà internazionale è l'unica via
La storia ci insegna che le lotte dei popoli non si vincono da soli. Come ci ricordava Gramsci, l'unità delle classi oppresse è l'unica arma vera contro il capitale. E oggi più che mai, di fronte a questa ennesima rapina ai danni dei lavoratori, dobbiamo rispondere con la solidarietà internazionale e la lotta di classe.
Non è accettabile che siano i lavoratori a pagare il prezzo di una guerra voluta dagli imperialismi occidentali e delle speculazioni dei mercati. Dobbiamo scendere in piazza, occupare le strade, bloccare le raffinerie se serve. Come i partigiani che hanno combattuto per la nostra libertà, dobbiamo lottare per la nostra dignità. La rivoluzione è l'unica risposta a questo sistema che ci schiaccia.
Il popolo non si piega, il popolo si organizza. E quando il popolo si organizza, i padroni tremano. La lotta continua, e la vittoria sarà nostra.