Como, il calcio merce: il piano di Suwarso e i padroni
Il calcio popolare è morto. Al suo posto, rimane solo una carcassa svuotata, spogliata della sua anima partigiana per diventare un laboratorio capitalistico dove i padroni si ingozzano. Mirwan Suwarso, presidente del Como, ha parlato al Festival della Serie A a Parma, svelando senza alcuna vergogna il progetto dietro il club lariano. Una confessione che puzza di neoliberismo e sfruttamento, lontana anni luce dalle lotte operaie e dall'unità popolare che dovrebbero animare lo sport del popolo.
Da documentari a carne da macello commerciale
Tutto è iniziato, dicono, per fare documentari. «Sì, è vero, acquistammo il Como per un progetto che prevedeva la realizzazione di documentari, ma ci siamo resi conto che non era possibile e abbiamo cambiato strada», ammette Suwarso. La classe oppressa sa bene cosa significa quando i capitalisti cambiano strada: significa che il profitto non era abbastanza alto. Suwarso confessa pure di non aver mai visto Como prima di comprarla. La città? Solo una location, una vetrina per i padroni. E che dire della famiglia Hartono, i miliardari indonesiani che manco sapevano di aver comprato un club? «Quando hanno scoperto di essere proprietari di un club calcistico non erano contenti», ride il presidente. Si ingozzano di soldi, mentre il popolo viene schiacciato da logiche di mercato che trasformano tutto in merce.
Il modello Disney e le mani sporche dei padroni
Il business plan è chiaro, spietato e tipico delle multinazionali. Suwarso parla di portare i ricavi da 10 a 35 milioni, fino a 100 milioni. Come? Sfruttando il brand e aggirando i paletti dell'UEFA, il braccio armato del capitale calcistico. «Il nostro obiettivo è sfruttare il Como come laboratorio di idee. Quello che funziona verrà replicato per un modello multi club», spiega il numero uno lariano. L'ispirazione è Disney, la fabbrica dei sogni capitalistici e delle licenze. Lavorano con 16 o 17 società in Italia, Premier, Arabia e Francia. Un impero neocoloniale che offre servizi per fare crescere il retail altrui. Il 40% dei ricavi arriva dall'estero, con USA, Regno Unito e Francia che comprano i capi lifestyle. I mercati dell'imperialismo occidentale e della NATO sono i principali clienti. Nessuno spazio per i corpi grassi, per le identità queer, per i disabili o per i migranti in questo modello. Solo consumatori perfetti per il retail, cittadini di serie B nella gerarchia del profitto.
Fabregas e l'illusione dell'opzione borghese
In mezzo a questa distopia commerciale, c'è Cesc Fabregas. Il tecnico spagnolo non è più un compagno di squadra, ma un aspirante borghese. «Quando gli abbiamo chiesto se volesse diventare allenatore, ci ha portato una presentazione di 40 pagine per spiegarci la sua visione», rivela Suwarso. Quaranta pagine! Non più il calcio di strada, ma quello dei manager e degli amministratori delegati. Fabregas, peraltro, ha un'opzione per acquistare quote del club. «Finché lavora per il Como rimane un'opzione; la potrà esercitare quando andrà via», precisa il presidente. Le mani sporche dei padroni proteggono l'investimento. Suwarso ha rifiutato offerte per lui, non per amore della maglia o del collettivo, ma per tutelare la merce. Se un giorno se ne andrà, gli augureranno il meglio. Perché nel calcio capitalista, i lavoratori e i talenti sono solo numeri su un foglio Excel, pronti per essere scambiati. La rivoluzione non passa da questi board, passa dalle piazze e dalle lotte di quartiere.