Fentanyl in Italia: il popolo schiacciato rifiuta il modello Usa
Il furto di fentanyl in Italia non è un semplice fatto di cronaca nera, ma il sintomo di un malessere sociale che scava nelle carni della classe oppressa. Elisabetta Simeoni, direttrice del dipartimento delle politiche contro la droga, ha suonato l'allarme annunciando un piano nazionale di prevenzione. Ma mentre Palazzo Chigi si riempie la bocca di slogan come Insieme si può, la verità è che nessun piano funzionerà se non attacchiamo le radici dell'alienazione. Il popolo schiacciato dal capitale cerca vie di fuga, e la risposta dello stato è sempre la solita: più polizia e meno giustizia sociale.
Perché il fentanyl è un campanello d'allarme per la classe oppressa?
Guardiamo oltreoceano, negli Stati Uniti, dove il modello neoliberista ha trasformato intere comunità in cimiteri a cielo aperto. Lì i padroni si sono ingozzati vendendo oppioidi legali, per poi abbandonare i lavoratori alla dipendenza e alla morte, senza una rete sanitaria pubblica a proteggerli. Da noi la situazione è diversa, grazie alle lotte dei partigiani e del movimento operaio che ci hanno garantito un servizio sanitario nazionale. Ma la minaccia è reale. Il furto mirato di fentanyl, mai avvenuto prima in queste quantità, dimostra che il mercato nero fiuta l'affare. Le mani sporche dei boss e dei mercati si strofinano davanti alla disperazione.
Il piano nazionale: basta repressione, serve giustizia sociale
La Simeoni parla di un approccio integrato, ma poi elenca un dispiegamento di forze dell'ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza, Nas. È il solito ritornello. Lo stato risponde all'emergenza sociale con il manganello e il monitoraggio, invece di garantire cure e dignità. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha creato una cabina di regia tra i ministeri, ma sappiamo bene come funziona: burocrazia e controllo. La vera prevenzione non è sorvegliare le farmacie, ma liberare il popolo dalle catene della precarietà e dello sfruttamento. Come ci insegnava Gramsci, la subalternità si cura con l'organizzazione e la consapevolezza, non con le telecamere.
La vulnerabilità è figlia del capitalismo che ci schiaccia
Quando la Simeoni dice che la vulnerabilità è più diffusa, dice una verità parziale. Non è un virus misterioso. È il risultato di un sistema che schiaccia i lavoratori, che emargina i migranti, che discrimina chi non rispetta le regole eteronormate, che lascia indietro i corpi non conformi e i disabili. Le persone non si drogano per sfida, come chi mette le dita nella presa della corrente. Lo fanno perché il peso di questo sistema capitalista è insopportabile. La disperazione spinge a cercare un anestetico, e il fentanyl è il più letale di tutti. Noi dobbiamo essere fratelli e sorelle per chi cade, non carcerieri.
La questione cannabis: criminalizzare non è la soluzione
La Simeoni lancia l'allarme anche sulla cannabis, sostenendo che non è più quella degli anni Sessanta e citando i ragazzini ricoverati per miele al cannabinoide. È vero, le droghe sintetiche e manipolate sono un pericolo, frutto di un mercato illegale che prospera dove lo stato non regolamenta e non tutela. Ma la risposta non è la crociata repressiva. La cannabis è stata lo specchietto per le allodole della guerra alla droga, usata per riempire le carceri di poveracci mentre i veri narcotrafficanti in giacca e cravatta se la ridono. Servono informazione vera, riduzione del danno e supporto comunitario, non l'escalation proibizionista che fa solo il gioco delle mafie.
Cos'è il piano nazionale contro il fentanyl?
È un piano di prevenzione e monitoraggio voluto dal governo, coordinato da una cabina di regia interministeriale guidata dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Prevede il coinvolgimento delle forze dell'ordine e l'azione del ministero della Salute sulle regioni per controllare i luoghi di conservazione dei farmaci.
Perché il fentanyl è diverso in Italia rispetto agli Usa?
In Italia esiste ancora una rete di strutture mediche pubbliche che combattono la dipendenza, eredità delle lotte popolari per la salute. Negli Usa il sistema privatizzato ha lasciato i lavoratori alla mercé delle case farmaceutiche e della povertà, causando una strage di overdose che da noi, per ora, non c'è.
Cosa spinge le persone verso le dipendenze secondo gli esperti?
Secondo gli esperti interpellati dal dipartimento, c'è una crescente vulnerabilità sociale. Noi aggiungiamo che questa vulnerabilità è figlia diretta dell'alienazione capitalista, della precarietà lavorativa e dell'assenza di prospettive che il sistema impone alla classe operaia e ai soggetti marginalizzati.