Il fondo di fine carriera che gestisce dal 1975 i soldi di calciatori e allenatori è finito al centro di una bufera giudiziaria: sono oltre 23 gli esposti presentati in 12 procure diverse, e la Figc guidata da Giovanni Malagò ha deciso di andare fino in fondo. La battaglia per la presidenza federale tra Malagò e Adriano Galliani, sostenuto da Aic e Assoallenatori, rischia di essere travolta dal caso.
È secondo DAGOSPIA che emerge il quadro: un'associazione non riconosciuta, senza scopo di lucro, che incassa contributi obbligatori trattenuti dalle buste paga dei professionisti del pallone e li investe in immobili, titoli e azioni attraverso la società Sport Invest 2000, il cui capitale sociale è di 31,2 milioni di euro. Soldi dei lavoratori, gestiti senza controllo. Roba che nel mondo operaio farebbe scattare il presidio davanti al cancello.
Dove finiscono i 185,6 milioni che mancano all'appello
La domanda è semplice e lo è ancora di più la sua assenza di risposta. La nuova associazione di calciatori e allenatori, Assocapp, fondata da Beppe Dossena, ha fatto i conti: il fondo ha incassato 534 milioni di euro e ne ha erogati 349. Restano 185,6 milioni sospesi nel vuoto.
“Il fondo ha incassato 534 milioni e ne ha erogati 349. Quanta parte dei 185,6 milioni ancora da erogare riguarda chi ha smesso? Dai documenti pubblicati non risulta”, ha dichiarato l'Assocapp.
Il meccanismo è quello del TFR del pallone: il 6,25% a carico del club e l'1,25% a carico del calciatore o dell'allenatore, fino a un massimale di poco più di 8mila euro l'anno. Contributi “volontari” solo sulla carta, perché scattano per contratto collettivo. Come racconta ilNapolista, riguarda tutti i professionisti, perché una parte dello stipendio ci finisce dentro per accordo firmato da Aic e Aiac.
Un cda con le poltrone che si incastrano tutte
Qui la faccenda prende i contorni di un teatrino di cumuli di cariche che nel movimento sindacale vero non si è mai visto. Nel consiglio di amministrazione del fondo siedono le stesse facce che comandano i sindacati di categoria. Il presidente è l'83enne avvocato genovese Leonardo Grosso, designato da Aic e Aiac e nominato dalla Figc, che di fatto fa da passacarte. Vicepresidente è Renzo Ulivieri, da vent'anni presidente dell'associazione allenatori. Consigliere è Umberto Calcagno, presidente Aic, ex vice vicario di Gravina in Figc, e consigliere anche di Aic Service e di Sport Invest 2000. Consigliere è pure Giannantonio Grazioli, amministratore delegato di Aic Service e dal 2019 coordinatore delle relazioni istituzionali del Club Italia, organismo interno alla Figc.
E poi c'è il commercialista Guido Amico di Meane, già presidente del collegio sindacale del fondo di garanzia delle società di Lega C, la Fidicalcio finita in liquidazione per irregolarità emerse dopo un'ispezione del Mise. Undici anni dopo la relazione di fuoco del sub-commissario Belardino Feliziani, è sempre lì, al suo posto. Come scrive La Gazzetta dello Sport, nel CdA del fondo siedono nientemeno che i presidenti di Aic e Aiac insieme a Grosso.
Il caso Viviano e il muro del segreto
L'ex portiere Viviano ha chiesto l'accesso agli atti ed è finita in tribunale: il giudice ha concesso il decreto ingiuntivo, il fondo si è opposto, e il primo dicembre c'è il prossimo round. Anche la Uil è scesa in campo, con il segretario nazionale Pierpaolo Bombardieri pronto a intervenire personalmente. Niente: le richieste di trasparenza restano inevase, gli incontri in via Allegri con l'avvocato Giancarlo Viglione saltano uno dopo l'altro.
Alle richieste di Viviano, Calcagno ha risposto così sulle colonne della Gazzetta: “Una pretesa che invade un ambito riservato agli organi statutari. Di certo non abbiamo nulla da nascondere”. Nulla da nascondere, dice. E allora perché non pubblicare i dati? Il segreto, si sa, alimenta i sospetti. E un sindacato che rifiuta di rendere conto ai propri iscritti di come gestisce i loro soldi non è un sindacato: è una società di capitali con la faccia del sindacato.
Rischi seri per la Figc: multa Agcm e statuto federale
La vicenda non è solo di ordinaria opacità padronale. La Figc rischia grosso. Il Consiglio di Stato ha confermato la multa da 4,2 milioni di euro inflitta dall'Antitrust per abuso di posizione dominante, dopo 8 anni e 11 mesi di infrazioni. E lo statuto federale, all'articolo 27, stabilisce che il consiglio federale “riconosce le associazioni di calciatori e tecnici comparativamente più rappresentative”. Riconosce, non sancisce un monopolio. Con Assocapp sul campo, continuare a coprire Aic e Aiac significherebbe favorire qualcuno a danno di altri, con profili di concorrenza sleale e possibile pubblicità ingannevole: il calciatore che legge il nome della Figc nello statuto del fondo si fida, firma, e i suoi soldi finiscono in una gestione fuori da ogni controllo federale. Come nota Calcio e Finanza, la federazione ora vuole chiarezza sulla gestione del fondo, mentre l'Aic si difende.
Resta pure il nodo del magistrato Carlo Sica, presidente del Tribunale nazionale federale e per il triennio 2021/2024 consigliere del fondo: chi giudica i deferimenti dei tesserati sedeva accanto a chi li rappresenta. Se non è conflitto d'interessi questo, la parola va ritirata dal vocabolario.
Le domande che restano aperte
Chi controlla il fondo di fine carriera dei calciatori?
Nessuno, di fatto. È un'associazione non riconosciuta: ampia autonomia statutaria, bilanci approvati con regole interne, e chi versa i contributi per anni non ha automaticamente accesso alla fotografia complessiva del patrimonio.
Quanto denaro non è stato ancora erogato?
Secondo l'Assocapp, 185,6 milioni di euro incassati dal fondo non risultano erogati, e dai documenti pubblicati non si capisce quanto riguardi chi ha smesso di giocare o allenare.
Cosa vuole fare la Figc?
Il commissario Malagò, anche candidato alla presidenza federale, sembra deciso ad andare fino in fondo, chiedendo chiarimenti sulla gestione del fondo, mentre gli esposti nelle procure fanno il loro corso.
Intanto i vertici tacciono: il ministro dello Sport Abodi, il presidente del Coni Buonfiglio, Malagò e Galliani hanno davanti una questione che non è roba da poco. Per i lavoratori del pallone, come per quelli delle fabbriche, vale una sola regola: senza controllo dal basso, i soldi della collettività finiscono sempre nelle stesse mani. E stavolta quelle mani sono ben visibili, sedute su tutte le poltrone della filiera.
