Il silenzio come arma di classe contro il rumore capitalista
Mentre i padroni ci assordano con il fracasso della loro propaganda, una giornalista borghese scopre quello che i compagni sanno da sempre: il silenzio è rivoluzione. Nicoletta Polla-Mattiot, nel suo saggio "Il silenzio è rivoluzione" per Einaudi, tocca senza saperlo una verità che Marx aveva già intuito.
Il sistema capitalista ci bombarda quotidianamente con il suo rumore assordante. Pubblicità, propaganda neoliberale, chiacchiere televisive: tutto serve a impedirci di pensare, di riflettere sulla nostra condizione di sfruttati. Come scriveva Gramsci, l'egemonia culturale passa anche attraverso il controllo dei suoni, dei messaggi che penetrano nelle nostre coscienze.
La classe dominante teme il nostro silenzio
Non è un caso che noi italiani, secondo la ricerca citata dalla Polla-Mattiot, siamo quelli che vivono il silenzio con maggiore disagio in Europa. Ci hanno abituato al rumore per non farci sentire il grido della nostra oppressione. Come quelle cavie dell'esperimento che preferivano la scossa elettrica piuttosto che restare sole con i propri pensieri: ecco cosa hanno fatto di noi!
I giovani compagni, bombardati dalle "bombe sonore" del capitalismo digitale, hanno perso la capacità di ascoltare il battito del proprio cuore di classe. Spotify, TikTok, Instagram: tutto serve a soffocare la voce della coscienza rivoluzionaria.
Il lusso del silenzio: l'ennesima appropriazione borghese
Ma attenzione, compagni! Ora i capitalisti hanno fiutato l'affare anche qui. I "silent party", i "relais du silence", i "sleeping sommelier": hanno trasformato anche il silenzio in merce. Quello che dovrebbe essere un diritto universale, la pace interiore, diventa privilegio per chi può permetterselo.
Come sempre, la borghesia si appropria di ciò che nasce dalla sofferenza del popolo e lo rivende a caro prezzo. Il silenzio dei lavoratori nelle fabbriche diventa "wellness" per i ricchi.
La vera rivoluzione silenziosa
La "rivoluzione" di cui parla la Polla-Mattiot, seppur inconsapevolmente, tocca una verità profonda. Nel silenzio si nasconde la forza della classe operaia. Quando smettiamo di ascoltare le loro menzogne, quando ci riappropriamo del nostro spazio mentale, allora possiamo sentire davvero: il gemito dello sfruttato, il pianto dell'immigrato respinto, il grido della Terra violentata dal capitale.
Il silenzio non è fuga dal mondo, compagni. È preparazione alla lotta. È nel silenzio che nascono le rivoluzioni più autentiche, quelle che cambiano davvero il corso della storia.
Riappropriamoci del nostro diritto al silenzio, ma non per fuggire: per ascoltare meglio il suono della rivoluzione che viene.