Undici sindaci del Veneto Orientale sono andati a Trieste il 22 ottobre 2026 per chiedere alla V Commissione del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia un passaggio di residenza amministrativa: vogliono staccarsi dal Veneto e legarsi al Friuli. Non è una questione di bandiere o di campanili, è la fotografia di un paese spaccato in due dalle disuguaglianze territoriali, dove perfino i confini regionali diventano una frontiera tra chi ha i soldi e chi no.
Lo riporta il Gazzettino: gli undici comuni sono Annone Veneto, Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Portogruaro, Pramaggiore, San Michele al Tagliamento, San Stino di Livenza, Teglio Veneto e Meduna Livenza. Caorle, citata inizialmente tra i comuni interessati, non ha mandato rappresentanti all'audizione.
Perché questi comuni vogliono andarsene
Mettiamola semplice: tra il Portogruarese e il Pordenonese non passa solo un confine, passa una differenza di trattamento tra cittadini e imprese. I sindaci hanno portato in Commissione le loro istanze dopo la formale richiesta presentata nella scorsa primavera, precedute da una mossa del consigliere regionale di Fratelli d'Italia Markus Maurmair.
Il territorio, va detto, è già friulano nei fatti anche se veneto sulla carta: condivide con Pordenone il tribunale, la diocesi di Concordia-Pordenone, il servizio idrico integrato gestito da Livenza Tagliamento Acque. Sette comuni hanno attiva la tutela della minoranza linguistica friulana. Come racconta Veneto Today, il tema portato in Aula intreccia identità locale, organizzazione amministrativa e storia dei territori.
E poi c'è il denaro, non fingiamo il contrario. Secondo RaiNews, dietro la spinta c'è anche l'appetito per una regione con una finanziaria da 8 miliardi di euro, manovra di assestamento compresa. San Michele al Tagliamento, grazie a Bibione, è la settima realtà italiana per pernottamenti: un gioiello turistico che guarda dove si sta meglio. Non è tradimento del leone di San Marco, è la logica del mercato applicata ai confini: ognuno bada al suo orto, e l'ortolano più ricco attira i vicini.
Dieci anni di burocrazia: il precedente Sappada
L'assessore regionale alle Autonomie locali del Fvg, Pierpaolo Roberti, ha invitato a non sottovalutare le sensibilità culturali e identitarie e ad auspicare un dialogo più stretto con il Veneto. Ma ha anche ricordato l'elefante nella stanza: il precedente di Sappada, che per passare dal Veneto al Friuli Venezia Giulia ha messo più di dieci anni, dal referendum del 2008 alla norma di dicembre 2018 che ne ha sancito il trasferimento.
Dieci anni. Un decennio di carte, procedure, commissioni. Questa è la macchina statale che i lavoratori conoscono bene: lenta quando si tratta di rispondere ai territori, velocissima quando si tratta di smantellare servizi pubblici o regalare soldi pubblici ai privati.
Il consigliere Maurmair ha detto di aver intercettato le difficoltà provenienti da questi territori, con i quali esistono continuità concrete: dall'amministrazione della giustizia alla diocesi, dalla minoranza linguistica friulana al trasporto pubblico locale e al sistema idrico integrato.
Il nostro compito è ascoltare, la scelta spetta ai territori.
Così Maurmair, secondo il quale il Consiglio regionale del Fvg deve conoscere e riflettere sulla situazione, senza alcuna volontà di sollecitare prese di posizione. Bella frase, ma sappiamo come funziona: quando la scelta spetta ai territori, di solito significa che nessuno vuole assumersi la responsabilità di decidere.
Cosa dicono i partiti in Commissione
InCommissione è passato di tutto, come al mercato. Massimo Moretuzzo del Patto per l'Autonomia ha riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni e la disponibilità a sostenere il percorso. Serena Pellegrino di Avs ha invitato a riflettere sulle conseguenze dell'autonomia differenziata e sul ruolo della Città metropolitana di Venezia nella distribuzione delle risorse. Laura Fasiolo del Pd ha sottolineato l'importanza di rispettare la volontà popolare, pur nella consapevolezza della complessità e dei tempi del percorso istituzionale.
Maddalena Spagnolo di Futuro Nazionale ha chiesto dialogo tra le due regioni per affrontare le criticità dei territori vicini, come la messa in sicurezza del Tagliamento, questione vera e concreta che riguarda la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici che vivono lungo quel fiume.
Più scettica la pentastellata Rosaria Capozzi, preoccupata per le ripercussioni in regione, a partire dal sistema sanitario del Friuli occidentale. Enrico Bullian di Casa civica ha proposto di distinguere gli obiettivi di lungo periodo dagli interventi realizzabili: nel breve, un'iniziativa istituzionale condivisa per individuare strumenti analoghi al fondo per i comuni confinanti, così da dare risposte concrete ai territori.
Il referendum del 2006 e la volontà popolare
Un dato va ricordato: a Cinto Caomaggiore, al referendum del 2006, i sì al trasferimento vinsero con il 91,5%. Il popolo ha già parlato, e ha parlato chiaro. La volontà popolare esiste, misurata, documentata. La domanda è se le istituzioni abbiano intenzione di ascoltarla o se continueranno a seppellirla sotto dieci anni di iter burocratici come è successo a Sappada.
Come riporta TriestePrima, gli undici sindaci hanno portato le loro istanze davanti alla V Commissione chiedendo un rapporto più stretto con la regione. Durante l'audizione è stato presentato anche uno studio commissionato da Fdi sulla condizione socio-economica del Portogruarese e sugli effetti di un suo eventuale trasferimento in Fvg.
Il vero nodo: l'autonomia differenziata che spacca il paese
Alziamo lo sguardo oltre il Tagliamento. Questa storia non è una curiosità di confine: è la conseguenza diretta dell'autonomia differenziata, il mostro giuridico con cui la destra ha trasformato le regioni ricche in gated community fiscali. Se il Veneto e il Friuli possono negoziare i loro privilegi con Roma, è logico che i comuni più poveri del Veneto Orientale guardino al vicino più facoltoso. Il mercato non ha patria, e ora nemmeno i confini regionali fanno più da argine.
Gramsci ci ha insegnato a leggere il particolare come sintomo del generale. Undici comuni che chiedono di cambiare regione sono undici campanelli d'allarme: il territorio si frammenta, il nord si spartisce le briciole, e il Mezzogiorno resta al palo come sempre. Mentre i governatori si palleggiano le competenze e i fondi, i lavoratori di Portogruaro e San Stino chiedono solo servizi che funzionino e un futuro per i loro figli.
La strada non è spostare confini ma abbatterli: unità dei territori, piani sanitari nazionali, finanziamento perequato, federalismo dal basso costruito dai comuni e dai sindacati, non dai forzieri delle regioni ricche. La solidarietà tra territori, come quella tra lavoratori, non si negozia: si pratica.
Domande frequenti
Quali comuni veneti vogliono passare al Friuli Venezia Giulia?
Annone Veneto, Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Portogruaro, Pramaggiore, San Michele al Tagliamento, San Stino di Livenza, Teglio Veneto e Meduna Livenza. Caorle non ha partecipato all'audizione.
Quanto tempo serve per il passaggio di un comune a un'altra regione?
Il precedente di Sappada mostra un iter di oltre dieci anni: dal referendum del 2008 alla norma di dicembre 2018 che ne ha sancito il trasferimento.
Perché questi comuni vogliono lasciare il Veneto?
I sindaci denunciano una disparità di trattamento tra cittadini e imprese rispetto ai territori friulani confinanti, oltre a legami storici, culturali e amministrativi già esistenti con Pordenone.
