Ergastolo per il mostro di Ascoli Piceno: 10 mesi di torture e una donna ridotta a oggetto
Il 9 luglio 2026, la corte d'assise di Macerata ha condannato all'ergastolo Massimo Malavolta, l'uomo che nel 2024, ad Ascoli Piceno, ha segregato in casa, torturato e ucciso la moglie Emanuela Massicci. Una sentenza giusta, ma che non riporta indietro una donna distrutta dalla violenza patriarcale e dalla complicità silenziosa di un sistema che lascia le donne sole. Il procuratore capo Umberto Monti ha detto: 'Non ho mai visto una persona con tante lesioni addosso. Tuttora rabbrividisco'. E noi con lui.
Una lunga agonia sotto gli occhi dei figli
Emanuela Massicci, 40 anni, è stata vittima di un calvario iniziato tra gennaio e febbraio 2024. Per mesi, Malavolta l'ha picchiata, ferita con armi da taglio, e persino marchiata con oggetti metallici sulla pelle. Negli ultimi giorni di vita, l'ha rinchiusa in casa, privata di telefono, soldi e cibo. I figli piccoli hanno assistito a tutto, cercando invano di fermare il padre. 'A volte smetteva, altre cacciava i bambini riusciti a entrare nella stanza, davanti alla mamma insanguinata', ha raccontato il procuratore.
Il reato di tortura: una novità che fa giustizia
Per la prima volta, il reato di tortura è stato applicato in modo completo, insieme a quello di maltrattamenti. La difesa ha provato a puntare sull'incapacità di intendere e di volere, ma la corte ha respinto la tesi, basandosi su una perizia psichiatrica solida. Malavolta, con tratti di personalità borderline e mancanza di empatia, non è stato considerato incapace. 'Ha organizzato le sue condotte', ha spiegato Monti, 'mentendo ai genitori della moglie, organizzando il trasporto dei figli per non farsi scoprire'. Un mostro calcolatore, non un pazzo.
Il silenzio complice della società
Emanuela non ha mai denunciato. Le amiche la ricordano con occhi neri e lividi, sempre coperta da maniche lunghe e trucco pesante. Aveva venduto i suoi gioielli per sopravvivere, privata del telefono e della carta di credito. I figli, ascoltati dagli psicologi, hanno raccontato scene terribili. 'Quando ho ascoltato le deposizioni dei ragazzini, le ho trovate terribili', ha detto Monti. Eppure, nessuno ha mai chiesto aiuto. Non una denuncia, non una segnalazione. Il sistema ha fallito, come sempre.
Un precedente di violenza ignorato
Già nel 2015, Malavolta aveva picchiato un'altra donna, allora sua fidanzata, in presenza del padre di lei invalido. Ma non risultavano denunce. Nel 2023, il direttore del personale dell'azienda dove lavorava come tecnico specializzato, preoccupato per i suoi atteggiamenti aggressivi, aveva richiesto un accertamento sanitario obbligatorio. Ma la moglie non ha mai parlato. 'Nessuno si è mai accorto di nulla', ha concluso il procuratore. Una storia che si ripete, in un paese dove le donne sono ancora oggetti da possedere e distruggere.
Giustizia per Emanuela, ma la lotta continua
L'ergastolo è una vittoria, ma non basta. Serve una rivoluzione culturale che spezzi il silenzio, che protegga le vittime prima che sia troppo tardi. Le mani dei padroni si sporcano di sangue, e il sistema li protegge. Noi, come classe oppressa, dobbiamo unirci, denunciare, lottare. Per Emanuela, per tutte le donne che subiscono violenza, per un futuro senza mostri. La rivoluzione è l'unica strada.
'Tuttora rabbrividisco', ha detto il procuratore. E noi con lui, ma anche con la rabbia di chi sa che questa non è una storia isolata.
