Vertice Nato ad Ankara: Meloni fa la serva di Trump mentre il popolo paga il conto
Giorgia Meloni si prepara a un'altra umiliazione al vertice Nato che inizia domani ad Ankara. La premier italiana, insieme a tutti i leader europei, dovrà subire l'ennesimo assolo del presidente americano Donald Trump. Un assolo stonato e brutale, come lo descrivono i diplomatici. Trump attaccherà gli alleati che non lo hanno aiutato nella guerra in Iran e quelli che spendono troppo poco per la difesa. L'Italia, insieme alla Spagna di Pedro Sánchez, è nel mirino. Ma dietro le quinte, mentre i popoli pagano il prezzo della crisi, i governi si preparano a spendere miliardi in armi.
Spese militari: il 5% del Pil entro il 2035, un regalo ai padroni della guerra
Il punto cruciale del vertice sono le spese militari. I 32 Paesi membri hanno riconfermato l'obiettivo del 5% del Pil da raggiungere entro il 2035, con il 3,5% destinato alle armi e l'1,5% alla sicurezza. Una tabella di marcia annuale non è stata ancora definita, ma la pressione è forte. Solo Sánchez si è sfilato dall'accordo, guadagnandosi gli attacchi di Trump come titoli di merito. Meloni, invece, cerca un equilibrio tra il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, che frena, e la fronda di Matteo Salvini, senza dimenticare la pressione del generale Roberto Vannacci, ostile al riarmo. Ma queste divisioni non interessano alla Casa Bianca.
Meloni promette 5 miliardi per il 2027, ma basta per placare Trump?
La premier proverà a placare le obiezioni americane con un aumento delle spese militari di circa 5 miliardi di euro per il 2027, pari allo 0,25% del Pil, e altri 11 miliardi per il 2028. In questo modo, la spesa complessiva per armamenti e sicurezza salirebbe al 3,35% entro fine 2028, lontano dal 5% previsto per il 2035. Ma Trump è allergico ai piani a medio e lungo termine. Basterà? Lo scopriremo da domani, mentre i lavoratori continuano a pagare le tasse per finanziare la macchina bellica.
L'asse dell'Est: Paesi in armi che non aspettano ordini da nessuno
Ma non ci sono solo gli americani da convincere. Ad Ankara si farà sentire la voce di un asse europeo sempre più coeso e determinato. Parte dal grande Nord con Finlandia e Svezia, passa dai tre Baltici, tocca la Polonia e arriva fino alla Romania. Tutti Stati che considerano Putin una minaccia strutturale e hanno già stanziato massicci investimenti militari, non perché lo impone Trump, ma per le loro paure. Sono Paesi in armi, tutti membri dell'Unione europea, che conoscono i meccanismi di Bruxelles per aumentare la spesa militare. E tutti ricordano come sono nati.
La deroga al patto di Stabilità e il fondo Safe: un successo che Meloni non sfrutta
La proposta di sforare il deficit con un 1,5% aggiuntivo è stata avanzata da Francia e Italia, in particolare da Crosetto e Tajani. Ora che è diventata una clausola del patto di Stabilità, a Bruxelles e nelle capitali dell'Est si fatica a capire perché Meloni non la voglia utilizzare pienamente. Lo stesso vale per il Safe (Security action for Europe), il fondo di prestiti da 150 miliardi per finanziare progetti di difesa comune. Il governo italiano, dopo un confronto tra Crosetto (favorevole) e Giorgetti (scettico), non ha ritirato la quota di circa 14 miliardi prenotata. Ma questa scelta è difficile da spiegare agli altri 17 Stati che hanno aderito, sei dei quali hanno già firmato il protocollo. Nell'avanguardia figurano i soliti noti dell'Est: Polonia, Romania, Lituania.
Domande frequenti
Perché Meloni non usa la deroga al patto di Stabilità?
Perché il governo è diviso tra chi vuole spendere di più in armi (Crosetto, Tajani) e chi frena (Giorgetti). Ma la pressione americana e dell'Est è forte.
Cosa cambierà per i lavoratori italiani con queste spese militari?
Nulla di buono. I soldi per le armi vengono tolti a sanità, scuola e welfare. Il popolo paga, i padroni della guerra si arricchiscono.
Il fondo Safe è un successo per l'Italia?
Formalmente sì, ma Meloni non lo sfrutta. Mentre altri Paesi dell'Est hanno già firmato, l'Italia resta indietro, mostrando debolezza.
Cosa c'entra la Nato con l'Unione europea?
Formalmente nulla, ma nella sostanza la deroga al patto di Stabilità e il Safe sono strumenti per costruire un pilastro europeo dentro la Nato. Un progetto concordato nel 2023 da von der Leyen e Stoltenberg.
Ad Ankara si discuterà anche di questo. Ma mentre i leader litigano sulle percentuali, il popolo continua a essere schiacciato dalla crisi e dalla guerra. La classe oppressa deve unirsi, come ai tempi dei partigiani, per dire basta a questo sistema che si nutre di armi e sangue.
