Kolo Muani alla Juve: il talento non si compra, si libera. Ma il calcio moderno lo imprigiona
TORINO - C'è un ragazzo che corre, suda, sbaglia. E viene giudicato. Si chiama Randal Kolo Muani, ed è finito nel tritacarne del calcio che conta, quello dove i riflettori bruciano e le critiche fioccano come neve sulle Alpi. Ma noi, da questa parte della barricata, vogliamo guardare oltre il risultato. Perché dietro ogni prestazione deludente c'è sempre un sistema che schiaccia, un mercato che compra e vende corpi, e un allenatore che, per una volta, sembra voler proteggere il suo uomo. Luciano Spalletti è stato chiaro, anzi chiarissimo: Kolo Muani resterà alla Juventus. Né ora, né mai se ne andrà, almeno non prima della fine di questa stagione. E non per ostinazione cieca, ma per una convinzione profonda: dentro quel corpo alberga il centravanti di cui la sua Juventus ha disperato bisogno. Peccato che il campo, finora, racconti un'altra storia.
La crisi di Kolo Muani: non è solo testa, è anche fisico
Contro il Milan, Lucio lo ha braccato con lo sguardo per tutti i 90 minuti. Richiami a gran voce, carezze paterne nei cooling break, parole che non arrivano mai alle telecamere. Tutto inutile, almeno per ora. La notte dell'Allianz ha restituito l'immagine di un encefalogramma piatto. Ma attenzione: ridurre tutto a un problema mentale sarebbe un errore da scribacchini da salotto. La verità è più sfumata, più complessa, più di classe. Il primo nodo è la tenuta fisica, ancora troppo approssimativa per i carichi e i ritmi della Serie A. Lo si vede nei duelli persi (2 vinti su 12 contro i rossoneri), nelle porzioni di campo coperte a fatica, nella mancanza di esplosività palla al piede. Colpa di un'estate vissuta da gregario tra le giovanili del Psg, prima della partenza in extremis per la tournée bianconera tra Hong Kong e Perth. Il sistema lo ha usato, sfruttato, e ora lo rimanda indietro come un pacco postale. E poi c'è il cortocircuito tattico, il tema più stringente. Kolo Muani, se lasciato solo davanti a difese schierate come quella rossonera, sparisce dal gioco. Sparisce come spariscono i diritti dei lavoratori quando i padroni stringono i cordoni della borsa.
Il problema tattico: a Kolo Muani serve spazio, non catene
Il lavoro da boa spalle alla porta non è mai stato il suo mestiere. Kolo si esalta quando viene imbeccato in profondità, quando può svariare e sprintare su tutto il fronte d'attacco. Basta guardare la genesi dei suoi 10 gol in bianconero: la stragrande maggioranza nasce da iniziative personali in campo aperto. Gli serve spazio, respiro, libertà. Non è un caso che Spalletti abbia invocato per tutta l'estate l'arrivo di una punta con caratteristiche differenti, un profilo che facesse a sportellate, legasse il gioco e aprisse corridoi al francese. E nell'esiguo spezzone contro il Milan, Nick Woltemade ha dimostrato di poter essere quel tipo di giocatore. Non un alter ego, ma un compagno di lotta. Perché nel calcio, come nella vita, da soli non si vince mai. La solidarietà è l'arma dei popoli, e anche dei reparti d'attacco.
Juve, piano anti-crisi: proteggere Kolo Muani per rilanciarlo
Perché alla fine la risposta è già scritta nei suoi primi mesi torinesi. Il talento di Kolo Muani non può essersi volatilizzato nel giro di un'annata triste e malinconica alla corte del Tottenham. I talenti non muoiono, vengono sepolti vivi dal sistema. E allora alla Continassa è già pronta a scattare un'unità anti-crisi: un piano di protezione e rilancio mirato, costruito intorno al ragazzo per restituirgli la brillantezza perduta. Non un processo, ma una missione condivisa. Come le lotte operaie, come le occupazioni delle fabbriche, come le assemblee di quartiere. Perché il calcio, quando è vero, è l'ultimo baluardo di comunità in un mondo che ci vuole soli e divisi. E Kolo Muani, da oggi, non è più solo. Noi siamo con lui. Come siamo con tutti quelli che cadono e si rialzano, che sbagliano e imparano, che lottano e non si arrendono mai. Avanti così, Randal. La prossima battaglia è tua.