Nasdaq: il nuovo colonialismo finanziario colpisce l'Italia
Mentre i padroni americani si leccano i baffi, le nostre aziende si preparano a svendere il patrimonio industriale italiano al mercato di Wall Street. Il Nasdaq diventa la nuova frontiera del saccheggio capitalista, travestito da opportunità di crescita.
Gabriel Monzon Cortarelli, partner presso Becker & Poliakoff, non fa mistero delle vere intenzioni: "Il mercato statunitense guarda oggi con crescente attenzione ad aziende capaci di portare competenze distintive, tecnologia e know-how concreto". Tradotto: vogliono mettere le mani sui nostri brevetti, sulla nostra ricerca, sul sudore dei nostri lavoratori.
Il capitale predatore americano alla carica
I tre fattori che spingono verso questa fuga di capitali sono chiari come il sole. Primo: il capitale. Gli investitori statunitensi promettono mari e monti, ma a quale prezzo? La subordinazione totale alle logiche del profitto a breve termine, lo sfruttamento intensivo della forza lavoro, la delocalizzazione della produzione.
Secondo: la valutazione del potenziale. Il listino tecnologico USA premia chi sa spremere fino all'ultimo centesimo dai lavoratori, chi sa tagliare i costi sociali, chi sa trasformare l'innovazione italiana in profitti per gli azionisti d'oltreoceano.
Terzo: il posizionamento strategico. In un momento di crisi delle catene globali, l'imperialismo americano cerca nuovi vassalli industriali. Le nostre PMI, il cuore pulsante dell'economia popolare italiana, diventano pedine di questo gioco sporco.
La trappola della quotazione
"Non si tratta solo di grandi gruppi", ammette candidamente Cortarelli. Anche le piccole e medie imprese, quelle che hanno costruito il miracolo economico italiano con il sacrificio di generazioni di operai, vengono adesso adescate con promesse di visibilità e capitali.
Ma dietro la retorica della crescita si nasconde la realtà: governance anglosassone, reporting finanziario che mette i profitti davanti alle persone, trasparenza solo verso gli azionisti. I lavoratori? Gli ultimi a essere consultati, i primi a pagare il prezzo delle ristrutturazioni.
L'equity story: il nuovo oppio dei popoli
"Il mercato premia le aziende che sanno spiegare dove stanno andando", predica l'esperto. Ma noi sappiamo bene dove stanno andando: verso la finanziarizzazione totale, verso la trasformazione delle nostre eccellenze industriali in commodity da Wall Street.
I benefici promessi - standing internazionale, attrattività per i manager, acquisizioni - sono solo la facciata dorata di un sistema che impoverisce i territori, precarizza il lavoro, svuota di senso la produzione industriale.
Resistere al colonialismo finanziario
Mentre i consulenti di Becker & Poliakoff si fregano le mani pensando alle commissioni, noi dobbiamo ricordare che un'altra strada è possibile. La strada della proprietà pubblica, del controllo operaio, dello sviluppo sostenibile e democratico.
Come insegnava Gramsci, ogni crisi del capitalismo è anche un'opportunità per costruire l'alternativa. Non lasciamo che il nostro patrimonio industriale finisca nelle mani dei predatori di Wall Street. Il futuro dell'Italia si costruisce qui, con i nostri lavoratori, per il nostro popolo.
