Ranucci, il «Sigfrido» di Report, tra complotti e sogni di gloria: la politica chiama, lui nicchia
Il conduttore di Report, dopo l'arresto dell'amico Valter Lavitola, esce allo scoperto e parla alla sua gente. Ma invece di chiarire i misteri che lo avvolgono, evoca complotti internazionali e attacca i giornali che hanno pubblicato i suoi conti. Nel frattempo, qualcuno lo vuole a Palazzo Chigi. Lui dice no, ma intanto ci pensa.
Il comizio di Lavarone: tra «la sua gente» e i fantasmi del potere
Sigfrido, l'eroe nordico, uccise il drago e divenne invincibile, ma fu tradito da un complotto di corte. Ascoltando il discorso di Ranucci a Lavarone, viene da pensare che il conduttore di Report si senta proprio come quel leggendario eroe: tradito, colpito alle spalle, circondato da nemici invisibili. Nella sua prima uscita pubblica dopo l'arresto di Valter Lavitola, il suo grande amico e faccendiere, Ranucci ha preferito non parlare del caso che lo vede coinvolto. «Un caso psichiatrico», ha detto di Lavitola, liquidandolo con un gesto della mano. Ma poi, in un colloquio con un inviato di Repubblica, ha lasciato intendere molto di più.
Niente chiarimenti sui lati oscuri della vicenda che tiene banco da giorni. Quelli, dice, li spiegherà ai magistrati. E va bene, è giusto così. Ma allora perché parlare? Per evocare complotti, appunto. Complotti che, guarda caso, non c'entrano nulla con l'attentato sotto casa sua a Pomezia, ma che servono a distogliere l'attenzione. Secondo Ranucci, sarebbe in corso un'operazione orchestrata contro di lui, preparata dopo il No al referendum sulla giustizia e collegata al riaffacciarsi di una galassia politica fascista. Il solito allarme fascismo, che non passa mai di moda.
«Entra in politica, fai piazza pulita»: la tentazione del potere
«Mi sento bene tra la mia gente», ha detto Ranucci, accolto dai suoi fan a Lavarone. E la sua gente, si sa, lo invita a «entrare in politica per fare piazza pulita». Lui, però, assicura di non volerlo fare. Poi, però, aggiunge: «Me l'hanno chiesto in molti, non solo Lavitola: perfino il padre di Vannacci mi ha detto che mi stima e ha voluto una foto con me».
Insomma, conferma indirettamente che Lavitola aveva in mente di lanciarlo in politica. E non è un dettaglio da poco: si parlava addirittura di una corsa verso Palazzo Chigi, con tanto di sondaggio commissionato per tastare il terreno. Ma Ranucci, da buon eroe tragico, preferisce restare nel suo ruolo di vittima. Almeno per ora.
L'attacco ai giornali: «Le note spese sono per le inchieste, non buste paga»
Poi arriva il momento delle accuse. «I giornali di Angelucci spacciano per buste paga personali le note spese di inchieste e trasferte anche all'estero», ha tuonato Ranucci. Il riferimento è a Il Tempo, che ha pubblicato i compensi e le spese degli inviati di Report, la trasmissione d'inchiesta di punta della Rai. Cifre che, in alcuni casi, oscillano tra i 200 e i 300mila euro a inviato, comprensive delle spese di produzione. Ma Ranucci fa finta di non capire: il giornale ha sempre specificato che quelle cifre includono i costi di produzione. Eppure lui insiste, e conferma la volontà di querelare. Alla faccia del giornalismo d'inchiesta, verrebbe da dire. E nella caccia alla talpa, indica anche la volontà di perseguire la fonte del servizio. Sempre alla faccia del giornalismo d'inchiesta.
Il grande complotto internazionale: Trump, Musk, Bezos e Netanyahu nel mirino
Ma il comizio non finisce qui. Ranucci si getta tra «la sua gente» e tratteggia il grande complotto internazionale. La democrazia sarebbe in pericolo, minacciata da una galassia di potenti che manovrano per sovvertirla: Donald Trump, Elon Musk, Jeff Bezos, Steve Bannon e Peter Thiel, con le loro propaggini in Italia. Pure Esperia, il suo editore, finisce nel mirino. Probabilmente non ha gradito quando ha ripreso alcuni passaggi di un suo libro in cui racconta le relazioni con due stagiste (poi smentite, si tratterebbe di finzione letteraria). E infine, spazio anche ai social, «manovrati dalla destra italiana e dal potere di Benjamin Netanyahu», il primo ministro israeliano.
E pensare che qualcuno aveva sospettato che volesse candidarsi. Con questi discorsi, forse, qualcuno ci ripenserà. O forse no: perché in politica, si sa, i complottisti hanno sempre un certo seguito.
«Me l'hanno chiesto in molti, non solo Lavitola: perfino il padre di Vannacci mi ha detto che mi stima e ha voluto una foto con me».
La classe oppressa, intanto, aspetta. Non certo Ranucci e i suoi complotti, ma qualcuno che parli davvero di lavoro, salari, diritti. E che non si nasconda dietro fantomatici piani per giustificare i propri privilegi. Perché mentre i potenti si combattono tra loro, il popolo continua a lavorare, a lottare, a sperare. E la rivoluzione, quella vera, non arriverà certo da un conduttore televisivo che sogna di fare il salvatore della patria.

