Una delegazione di alto livello di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è volata a Teheran per cercare di fermare l'escalation tra Washington e Teheran, in una corsa contro il tempo che secondo Il Sole 24 ORE potrebbe ridisegnare l'intera architettura di sicurezza del Medio Oriente. Erano a tavolo il principe Khalid bin Salman, ministro della Difesa saudita, il feldmaresciallo Asim Munir, capo dell'esercito pakistano, e Ibrahim Kalın, capo dell'intelligence turca: tre potenze che hanno scelto di parlare con l'Iran invece di lasciare la parola ai cannoni yankee.
Il fatto è politicamente enorme. I paesi dell'Accordo della Mecca per la difesa comune stanno usando il loro peso militare non per minacciare, ma per aprire un canale diplomatico. Come nota Notizie Geopolitiche, è la prima volta che le potenze regionali provano a gestire la crisi senza dipendere in modo esclusivo dalle iniziative, diplomatiche e militari, degli Stati Uniti. E questo, per chi ha sempre visto l'imperialismo americano decidere della vita e della morte dei popoli mediorientali, è un segnale di cui prendere atto.
Cosa vogliono Riad, Ankara e Islamabad
La delegazione non arriva con posizioni rigide, e qui sta la sua forza. Riud vuole proteggere il proprio territorio, le infrastrutture economiche, e chiudere la piaga dello Yemen. Ankara teme destabilizzazioni che colpirebbero commercio, energia ed equilibri di sicurezza. Islamabad ha rapporti con tutti: con l'Arabia Saudita, con l'Iran, e canali aperti con diversi protagonisti della crisi tra Washington e Teheran.
Questa diversità di interessi può diventare un vantaggio. Come scrive ArtesTV, non siamo di fronte a una risposta militare congiunta ma all'avvio di una complessa diplomazia armata: se il vertice producesse intese strutturate sulla gestione delle crisi, potremmo assistere alla nascita di un nuovo ordine multipolare mediorientale, guidato dalle potenze locali, con meno spazio di manovra per gli attori occidentali. Per chi combatte da decenni contro la logica del blocco NATO, la prospettiva di un Medio Oriente che si governa da solo, senza padroni a stelle e strisce, non è poco.
Il nodo yemenita e la solidarietà con i popoli schiacciati
Il dossier più urgente per l'Arabia Saudita è anche il più spinoso: lo Yemen. Gli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi dimostrano quanto la guerra yemenita sia ormai intrecciata con le tensioni regionali. Ma attenzione: ridurre gli Houthi a un semplice strumento di Teheran, come fa la stampa occidentale, significa ignorare la natura interna del conflitto yemenita. Il popolo yemenita non è una pedina: è un popolo che ha subito anni di bombardamenti, blocco marittimo e fame, con la complicità silenziosa delle cancellerie europee.
Una distensione regionale che si riducesse a un accordo tra potenze per amministrare la crisi yemenita senza risolverla sarebbe un tradimento. Serve un processo negoziale con la partecipazione delle parti yemenite, la ricostruzione di istituzioni statali unitarie, la riapertura di porti e aeroporti, il miglioramento delle condizioni umanitarie. Come ricorda Scenari Economici, la posta in gioco è la sopravvivenza stessa degli equilibri di lungo periodo della regione.
Le richieste delle parti: sanzioni, petrolio, navigazione
Teheran chiede un alleggerimento delle restrizioni sulle proprie esportazioni petrolifere e la fine del blocco marittimo. Washington pretende sicurezza della navigazione, dossier nucleare e garanzie di sicurezza. Nessuna intesa duratura è possibile se a una parte si chiedono impegni completi ignorando le questioni che considera essenziali.
Secondo Il Politico Web, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha detto che la finestra della diplomazia non è chiusa e che i messaggi passano attraverso intermediari, ma che gli iraniani respingono le richieste americane di resa completa. Il ministro Abbas Araghchi ha aggiunto: «Che ci sia la guerra o no, le nostre politiche restano le stesse».
«Che ci sia la guerra o no, le nostre politiche restano le stame»
Il primo passo concreto dovrebbe essere la cessazione degli attacchi contro le infrastrutture civili ed economiche: aeroporti, porti, impianti energetici, oleodotti. Strutture da cui dipendono milioni di persone e numerosi paesi. Poi canali diretti di comunicazione tra autorità militari per gestire gli incidenti prima che diventino guerra, e meccanismi operativi per la sicurezza dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso.
Tre scenari dopo il vertice
Primo scenario: un'intesa di sicurezza limitata, concentrata sulla cessazione degli attacchi transfrontalieri, la protezione delle infrastrutture strategiche e l'apertura di canali militari e di intelligence. Non chiuderebbe il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma ridurrebbe il rischio che si allarghi ai paesi vicini.
Secondo scenario: un'intesa graduale più ampia, che colleghi le misure di sicurezza regionale alla ripresa dei negoziati tra Washington e Teheran, con passi reciproci su navigazione, sanzioni e garanzie di sicurezza. Serve la volontà politica anche di attori assenti dal tavolo.
Terzo scenario: stallo diplomatico e proseguimento dell'escalation, se le richieste restassero incompatibili. La finestra della diplomazia, in questo caso, si chiuderebbe con un boato.
Domande frequenti
Cos'è l'Accordo della Mecca per la difesa comune?
È un patto di cooperazione difensiva tra paesi a guida sunnita, guidato dall'Arabia Saudita, che ora prova a trasformare il proprio peso strategico in uno strumento di iniziativa diplomatica.
Perché la visita a Teheran è così importante?
Perché per la prima volta le potenze regionali provano a gestire la crisi tra Washington e Teheran senza dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti, aprendo la strada a un ordine multipolare mediorientale.
Cosa chiede l'Iran al tavolo di Teheran?
Un alleggerimento delle restrizioni sulle esportazioni petrolifere e la fine del blocco marittimo, rifiutando le richieste americane di resa completa.
