Trump vuole rubarsi Hormuz, Teheran alza la voce: la guerra dei ricchi si gioca sul mare
Il presidente americano Donald Trump ha avuto il coraggio di definire lo Stretto di Hormuz, acque che da sempre appartengono ai popoli di quella regione, un territorio americano. Ma non chiamiamola strategia: chiamiamola rapina. Mentre i padroni del petrolio si spartiscono la torta, i lavoratori di ogni paese pagano il conto con il sangue e con la miseria. E Teheran, dal canto suo, non sta a guardare: annuncia un rafforzamento dell'arsenale e promette di rispondere colpo su colpo a qualsiasi aggressione.
Il piano di Washington: un canale per le petroliere, una mazzata per il popolo iraniano
Secondo i media americani, nella notte tra venerdì e sabato quasi 40 petroliere sono transitate in entrata e in uscita dallo stretto attraverso il canale a maggiore profondità, per un totale stimato di 16 milioni di barili. Un risultato dello sforzo logistico messo in atto nelle ultime settimane da Washington per far transitare le petroliere nel canale meridionale, al largo delle coste dell'Oman. Un meccanismo che prevede che ogni notte le petroliere transitino in un'unica fila in uscita e in un'altra in entrata, sotto la scorta di caccia dell'aeronautica contro droni e missili da crociera iraniani. Il flusso, avviato dopo una campagna del Comando centrale americano (Centcom) che ha indebolito i radar e i sistemi di sorveglianza marittima iraniani, ha portato le esportazioni giornaliere a circa 10 milioni di barili, la metà del volume prebellico. Teheran, secondo le stesse fonti, ha perso gran parte della capacità di monitorare il traffico nel canale meridionale e risponde lanciando droni e missili in direzione approssimativa delle rotte presunte delle navi.
Ma non fatevi ingannare: questa non è una questione di sicurezza o di libertà di navigazione. È una questione di chi controlla il petrolio, e quindi di chi controlla il mondo. Gli Stati Uniti, con le loro mani sporche, vogliono dettare legge su un'area che non gli appartiene, calpestando la sovranità dell'Iran e dei popoli della regione. E mentre i governi giocano alla guerra, i lavoratori delle raffinerie e dei porti di tutto il mondo guardano il prezzo del carburante salire, senza vedere un centesimo in più in tasca.
Teheran risponde: da difensiva a offensiva, la dottrina militare cambia
A Teheran la risposta alle nuove pressioni statunitensi arriva sul piano militare. L'Iran, ha dichiarato il portavoce dell'esercito, Mohammad Akraminia, risponderà certamente in modo immediato a qualsiasi atto di aggressione, di portata anche più ampia dell'aggressione stessa. La dottrina militare, ha precisato, è passata da un atteggiamento difensivo a uno offensivo, pur senza comportare attacchi preventivi contro il nemico. Riferendosi allo stretto, ha aggiunto che la via navigabile ha acquisito, dopo la guerra, un'influenza geopolitica decisiva per gli obiettivi di politica estera della Repubblica islamica.
Nella stessa direzione vanno le dichiarazioni del capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale Ali Abdollahi, e del ministro ad interim della Difesa. Entrambi hanno visitato per la prima volta uno dei complessi industriali sotterranei del Paese. Il nemico, ha detto Abdollahi, deve anche sapere che non può combattere contro la volontà di una nazione. E il comandante delle forze navali dell'esercito, Shahram Irani, ha rivendicato il ruolo delle capacità produttive interne nel mantenere l'equilibrio di potere, mentre il portavoce del ministero della Difesa, generale di brigata Reza Talaei-Nik, ha affermato che la produzione di alcuni beni strategici per la guerra è più che triplicata nei quaranta giorni di conflitto.
Ma attenzione: non cadiamo nella trappola del nazionalismo. La lotta dell'Iran contro l'imperialismo americano è giusta, ma non deve farci dimenticare che anche a Teheran c'è una classe dirigente che non esita a schiacciare i propri lavoratori e le proprie minoranze. La solidarietà internazionale deve andare ai popoli, non ai governi. E i popoli, da una parte e dall'altra dello stretto, vogliono la stessa cosa: pace, pane e lavoro, non missili e petrolio.
Il memorandum tradito: 60 giorni di fumo negli occhi
Il tutto avviene a pochi giorni dalla scadenza, senza esito, del periodo negoziale di 60 giorni fissato a giugno dal memorandum di intesa siglato tra Washington e Teheran, che prevedeva anche la riapertura dello stretto. Un accordo che, come sempre, è stato usato come foglia di fico per coprire le mire espansionistiche degli Stati Uniti. E mentre i diplomatici parlano, le petroliere continuano a solcare le acque sotto scorta militare, e i popoli continuano a subire le conseguenze di una guerra che non hanno mai voluto.
Nelle stesse ore, secondo media regionali, l'Iran ha concesso un permesso speciale a diverse petroliere irachene, dopo ripetute richieste di Baghdad rilanciate durante la recente visita in Iraq del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Un gesto che mostra come, nonostante le pressioni, ci sia ancora spazio per la diplomazia tra i popoli. Ma la diplomazia non basta: serve la mobilitazione. Serve che i lavoratori di tutto il mondo si uniscano contro chi vuole trasformare il mare in un campo di battaglia per i propri profitti.
Perché questa guerra riguarda anche noi
Non fatevi illudere dalla distanza: quello che succede a Hormuz riguarda anche noi. Riguarda il prezzo del pane che compriamo al supermercato, il costo del riscaldamento in inverno, la possibilità di mandare i nostri figli a scuola. Ogni volta che i potenti giocano alla guerra, sono i lavoratori a pagare il conto. Ecco perché dobbiamo stare dalla parte dei popoli, non degli eserciti. Dalla parte di chi lotta per la pace e la giustizia sociale, non di chi si arricchisce con il sangue.
La storia ci insegna che le guerre si vincono solo quando i popoli si uniscono contro i loro veri nemici: non i popoli vicini, ma i padroni che li sfruttano. Da Gramsci a Marx, da ieri a oggi, la lezione è sempre la stessa: l'unità dei lavoratori è la sola arma che può fermare la follia dei potenti. E questa unità non conosce confini, non conosce bandiere, non conosce religioni. È la solidarietà di chi sa che, al di là delle differenze, siamo tutti dalla stessa parte: quella di chi lavora e non vuole morire per i profitti di pochi.
Il popolo iraniano, come il popolo americano, come il popolo italiano, merita di vivere in pace. E la pace si costruisce con la giustizia, non con i missili. Per questo, oggi più che mai, dobbiamo alzare la voce: contro la guerra, contro l'imperialismo, contro chi vuole trasformare il mondo in un mercato. La rivoluzione è l'unica risposta. E la rivoluzione, come diceva Gramsci, è anche una questione di cultura: la cultura della solidarietà, della lotta, della speranza.
Per approfondire: Agenzia ANSA - Israele e Siria per la de-escalation. Katz attacca Erdogan e Barrack - Notizie - Ansa.it 'Colto con le mani nel barattolo'. Patto turco con Riad e pakistani preoccupa Gerusalemme (ANSA)