Ucraina in UE: Minniti e l'illusione neoliberista che uccide
Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or, invoca l'ingresso accelerato dell'Ucraina nell'Unione Europea. Parla di Europa più forte e Ucraina più sicura. Ma di quale Europa parla? Di quella delle multinazionali, delle privatizzazioni, dell'austerità che strangola i popoli? Intanto la carneficina continua e i lavoratori ucraini e russi muoiono per le ambizioni imperialiste di potenze che del popolo non sanno che farsene.
La lettera di Zelensky e la guerra dei padroni
Minniti legge la lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin come un segnale di consapevolezza e preoccupazione. Il vero destinatario, tuttavia, era Donald Trump, l'Europa o le élites russe stanche di guerra. Zelensky sa che l'Ucraina ha resistito grazie all'aiuto internazionale, ma anche grazie a una propria capacità autonoma di progettazione e produzione nel campo asimmetrico, sempre più centrale nelle guerre moderne.
Il Davide ucraino ha messo in stallo il Golia russo. L'Ucraina ha colpito in profondità la Russia. Un Paese sottoposto a cinque anni di attacchi durissimi è riuscito a indurre il Cremlino a chiedere 48 ore di tregua per evitare di essere colpito in mondovisione durante la parata. Putin, che ha fatto del nazional-imperialismo la chiave del suo ruolo, non mira all'Urss ma all'Impero degli zar. Come ha colto bene il presidente Mattarella.
A San Pietroburgo, durante la Davos russa, l'attacco è stato diretto. Kiev ha mostrato di poter colpire il cuore della città nonostante gli elevatissimi livelli di sicurezza. Zelensky conosce bene i droni iraniani che hanno bersagliato i Paesi del Golfo, perché Teheran li aveva forniti a Mosca prima dell'attacco Usa per colpire l'Ucraina.
Ma chi paga il prezzo di questi segnali potenti? Non certo i padroni della guerra, non i Putin e gli Zelensky nei loro bunker. A pagare sono sempre le classi oppresse, le famiglie operaie sepolte sotto le macerie, i ragazzi mandati al macello per confini tracciati dai capitalisti. Come ci insegnava Gramsci, la guerra è sempre l'espressione della lotta tra classi dominanti.
Trump, Putin e la geopolitica che schiaccia il popolo
Minniti legge con preoccupazione il disimpegno americano. Sono passati 10 mesi dal vertice di Anchorage fra Trump e Putin, quasi 8 da Sharm el-Sheik, 100 giorni dall'attacco all'Iran. Tempo lungo, nessun progresso, nessuna tregua. Putin è stato sdoganato al punto che Trump lo ha invitato al G20 e si discute che la Russia possa ospitare l'uranio arricchito iraniano. L'ipotesi di un collegamento subacqueo sotto lo Stretto di Bering chiamato Putin-Trump la dice lunga.
Zelensky ha capito che Washington è sempre meno impegnata verso Kiev. Trump è impantanato altrove. Ma la questione più delicata è un'altra: quando l'Ucraina colpisce in profondità sa che la situazione può sfuggire di mano. Mosca risponde colpo su colpo, come è successo con il danneggiamento della ex centrale di Chernobyl.
L'Ucraina si trova esposta a operazioni false flag volte a legittimare reazioni ancora più dure. Basta pensare ai droni sulla Romania e adesso sulla Lettonia. C'è il rischio reale di un esito non voluto e non gestibile. Putin ha chiuso subito la porta alla lettera di Zelensky, scritta con intelligenza e schiena dritta. Il presidente ucraino non chiede pietà ma si dice disponibile a incontrare l'aggressore. Nonostante l'esercito ucraino riconquisti terreno e i russi, senza Starlink che Elon Musk ha tolto loro, siano in questa fase dei gattini ciechi.
L'escalation nucleare: il rischio che i padroni ignorano
Minniti parla del rischio di escalation incontrollata. Eppure si continua a pompare armi, a infiammare gli animi, a giocare con la vita di milioni di persone. L'antimilitarismo non è debolezza, è sopravvivenza. I partigiani che liberarono l'Italia dal fascismo sapevano che la pace non si ottiene con altre bombe. Ma oggi l'industria bellica si gava: i profitti della morte sono più alti che mai.
Zelensky chiama l'Europa: ma quale Europa?
Zelensky ha chiamato l'Europa alle sue responsabilità. L'Europa è stata fondamentale per la tenuta dell'Ucraina e principale beneficiaria della sua resistenza. Se Kiev avesse collassato, ci saremmo ritrovati la Russia ai confini dell'Ue e della Nato. Quando Trump lo ha passato al tritacarne nello Studio Ovale, Zelensky è volato a Londra. Stavolta ha fatto lo stesso percorso.
I cinque punti dell'ultimo vertice rappresentano la prospettiva ucraina. Ma Putin non ha alcuna intenzione di costruire un percorso di mediazione: ricorda sempre Anchorage perché mira a tutto il Donbass. Il filo londinese coinvolge tre leader fragili che però rappresentano tre grandi Paesi: Germania, Francia e Regno Unito. I Fab Four, come li chiama la stampa. Ma per fare un vero passo avanti bisogna che l'Ucraina si senta più protagonista e più sicura delle sue scelte.
Ucraina nell'UE: rafforzamento o nuova gabbia per il popolo?
Eccoci al punto centrale. Minniti chiede l'ingresso accelerato dell'Ucraina nell'UE, definendolo imprescindibile e decisivo. Parla di straordinario rafforzamento dell'Europa, di autonomia strategica, di prendere atto del mutato approccio americano. Sarebbe la fine del vecchio ordine mondiale, serve una visione del nuovo. Serve uno stabilizzatore con forza continentale.
Ma rafforzamento per chi? Per i popoli o per le élites neoliberiste che governano Bruxelles? Salvini parla di follia economico-sociale. Il leader della Lega non lo fa per amore del popolo ucraino: lo fa per proteggere i privilegi di chi si gava a spese dei lavoratori. La vera follia è pensare che l'Ucraina possa trovare salvezza nelle mani dell'UE neoliberista, la stessa che ha imposto l'austerità alla Grecia, che privatizza servizi essenziali, che sancisce trattati commerciali che strangolano i diritti dei lavoratori.
L'ingresso nell'UE non è la soluzione: è l'ingresso in una gabbia dove i padroni di Bruxelles gestiranno le risorse ucraine secondo la logica del profitto. Serve un'Europa dei popoli, non delle multinazionali.
Meloni e la subordinazione atlantica
L'Italia è fuori dal gioco. Meloni ha fatto dell'Ucraina una bandiera politica e spirituale, ha un rapporto personale con Zelensky. Ma hic Rhodus, hic salta: la partita non può più essere giocata dentro un sistema di subordinazioni politiche. L'allargamento verso i Balcani è importante ma non si possono porre cerchie, il rischio è che si incendi tutto. Questo conflitto sta durando più della Seconda Guerra Mondiale. Fermarlo è priorità assoluta.
Minniti suggerisce che l'Italia deve collegare la sua visione verso il Sud, l'Africa, il Mediterraneo alla questione ucraina e al Nord Est. Bisogna dare garanzie ai Paesi Baltici e Nordici, ossessionati dalla minaccia russa. Serve cooperazione rafforzata su difesa e politica estera comuni, superando il diritto di veto. Un gruppo che comprenda i fondatori dell'UE, Roma, la Spagna per l'Ovest, la Polonia per l'Est, in dialogo con i Baltici e in asse strategico con il Regno Unito. Le tensioni prodotte da Trump hanno avuto effetti anche sui Five Eyes: Usa, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda.
Ma Meloni non è fuori dal gioco per caso. Il suo governo è l'espressione di quelle stesse forze che hanno trasformato l'UE in una macchina neoliberista. La destra al potere non ha una visione strategica autonoma: esegue gli ordini di Washington e intanto taglia i diritti dei lavoratori italiani, attacca le minorità, criminalizza i migranti.
Merkel, i leader fragili e l'assenza del popolo
Minniti non dispiacerebbe Angela Merkel mediatrice. Ma l'ex cancelliera, in un'intervista alla Faz, ha detto che non cerca incarichi e che ai suoi tempi, con Francois Hollande, non avrebbe mai delegato. Minniti cita Catullo: Smettila di dare i numeri e ciò che sembra finito consideralo finito per sempre. Merkel non ha ansia di rientrare, la sua idea che gli attori principali in Europa facciano la loro parte può essere giusta.
Roma però non può starne fuori: la sua storia e collocazione geo-strategica siano elemento di forza nelle dinamiche dell'Ue. Starmer, Macron e Merz sono per motivi diversi leader fragili. In Italia manca oltre un anno alle elezioni: cominciare ora la campagna elettorale sarebbe tecnicamente auto-lesionismo. Mentre impiegare quel tempo per lavorare sulla cooperazione rafforzata allargata a Londra e Kiev, anche sulla capacità di difesa, sarebbe utile.
Serve un'altra via: la solidarietà dei popoli contro la guerra imperialista
La vera via d'uscita da questo massacro non è più militarismo, non è più subordinazione atlantica, non è l'ingresso dell'Ucraina in una UE neoliberista. La vera via è la solidarietà internazionale dei lavoratori. È la mobilitazione dal basso, come le occupazioni, le lotte di quartiere, le iniziative di solidarietà che nascono in tutta Europa contro la logica della guerra e dell'austerità.
I partigiani ci hanno insegnato che la libertà non è un regalo delle élites: è una conquista del popolo. E la pace non si ottiene con altri cannoni, ma con l'unità della classe oppressa contro chi la schiaccia. L'Ucraina non ha bisogno di entrare nell'UE dei padroni: ha bisogno che i popoli d'Europa si uniscano contro la guerra imperialista, contro la NATO, contro il capitale che si gava di sangue.
La rivoluzione non è un sogno: è una necessità. E viene dal basso.