L'Unione Europea ha aperto il bando per sette AI Gigafactory, fino a 900 megawatt di calcolo cognitivo distribuiti in almeno sette Stati membri, e l'Italia prepara la propria candidatura da Palazzo Chigi con Eni, Tim e Leonardo in prima linea. Ma dei 30 miliardi di euro che circolano nelle cronache, solo uno è oggi giuridicamente impegnato: il resto sono promesse, e più di venti miliardi dovranno arrivare dal capitale privato.
Secondo Il Sole 24 ORE, che ha reso pubblici i dettagli del piano, l'Europa non sta finanziando un'infrastruttura: sta cofinanziando un mercato che per oltre quattro quinti apparterrà ad altri. Il contributo europeo per singolo sito, infatti, non può superare il 17% del capitale investito. Tradotto nella lingua dei padroni: le multinazionali si tengono la proprietà, i popoli europei si tengono il conto.
Cosa sono le sette AI Gigafactory europee
Il bando, aperto il 30 luglio dall'impresa comune EuroHPC, prevede due lotti: quattro impianti medi e tre grandi, con 25.000 e 40.000 processori equivalenti nella prima fase e fino a 100.000 nella seconda. Ogni sito consumerà tra i 120 e i 150 megawatt continui, l'energia necessaria a illuminare l'intera Sardegna per un anno se tutti e sette entrassero in funzione. Le proposte si chiudono entro il 3 dicembre 2026, come ricorda Rinnovabilierisparmio, con assegnazioni attese all'inizio del 2027 e primi impianti operativi entro la metà del 2028.
L'Italia si è mossa con un dossier costruito a Palazzo Chigi: Eni, Tim e Leonardo come nucleo iniziale, una dotazione d'avvio di 1,2 miliardi che potrebbe superare i cinque, e i Politecnici di Milano, Torino e Bari chiamati a fare da cerniera tra ricerca e industria. Ma come nota Fashiola, il vero protagonista della candidatura italiana è il sistema delle grandi aziende a controllo pubblico: TIM, Poste Italiane, Eni, Leonardo, Fincantieri. Lo Stato mette i soldi e i lavoratori pagano, i vertici aziendali decidono. Il vecchio ricatto del capitalismo di Stato, senza la parte sociale.
Un'imitazione sottocapitalizzata del modello americano
La domanda che tutti si pongono è quanti siti otterrà l'Italia e dove. È la domanda sbagliata, scrive Francesco Cicione, presidente di Entopan, sulle colonne del Sole 24 Ore. La prima domanda è un'altra: quale architettura stiamo costruendo, e se sia nostra.
Sette poli iper-concentrati sono l'architettura americana tradotta nel linguaggio dell'appalto europeo. La stessa scommessa sulla potenza di calcolo massiva, giocata con un decimo delle risorse di chi quella scommessa l'ha lanciata. Un'imitazione sottocapitalizzata non è una strategia: rischia di essere un ritardo annunciato, in un campo dove il ritardo non si recupera correndo nella direzione tracciata da chi aveva più fiato.
E c'è di più. Un modello addestrato su hardware proprietario di un singolo fornitore, alimentato da un determinato mix energetico, eredita le caratteristiche di quella catena. L'infrastruttura non è neutra: è la prima forma materiale in cui una visione del mondo si deposita dentro una macchina. Un continente può controllare la sede legale e non controllare nulla.
Il Sud Italia in campo: energia, dati e componenti
Il Mediterraneo può essere il luogo di una risposta diversa, e i fatti parlano da soli. I grandi poli digitali del Nord Europa, Francoforte, Amsterdam, Dublino, sono congestionati e in più di un caso hanno dovuto sospendere l'allaccio di nuove utenze. Novecento megawatt di carico continuo non si aggiungono dove la rete è già al limite. I margini di crescita stanno a Sud.
Due regioni italiane, la Sicilia e la Calabria, concentrano condizioni che altrove in Europa si trovano separate. Nel Canale di Sicilia passa la quasi totalità dei cavi che collegano l'Africa all'Europa, Palermo è lo snodo internet di riferimento del bacino, il Tyrrhenian Link lega l'isola alla Campania e alla Sardegna con mille megawatt per ramo. A Catania STMicroelectronics realizza il primo impianto al mondo interamente integrato per il carburo di silicio, la tecnologia che rende efficiente la conversione di potenza nei centri di calcolo. Energia, dati e componenti nello stesso luogo: quella è una filiera, non un appalto.
La Calabria aggiunge una produzione elettrica storicamente superiore al fabbisogno regionale, l'eolico del crotonese, gli invasi idroelettrici della Sila, e il 24 settembre 2026 un accordo con il Dipartimento per la trasformazione digitale per mappare i siti idonei a ospitare centri di calcolo. Un lavoro che quasi nessun'altra regione ha ancora svolto.
Chi comanda: le condizioni che il movimento deve imporre
Attenzione, però. Un impianto da 150 megawatt consuma quanto una città di medie dimensioni, richiede acqua per il raffreddamento in un bacino che vive già l'emergenza idrica come questione strutturale, occupa suolo e assorbe capacità di rete che altrimenti servirebbe a famiglie e imprese. Gli occupati stabili, a regime, sono pochi rispetto all'impronta. Un impianto che estrae da un territorio energia, acqua e consenso per esportarne altrove il valore è il vecchio modello estrattivo in forma digitale, e il fatto che produca intelligenza anziché cemento non lo rende meno estrattivo.
Le condizioni ci sono, e sono semplici da enunciare: generazione rinnovabile aggiuntiva e non prelevata dall'esistente, aree industriali dismesse anziché suolo libero, raffreddamento a basso consumo idrico, quota di capacità riservata alla comunità ospitante e ritorno verificabile in formazione e ricerca. Come osserva BitMat, servono partenariati pubblico-privato fondati su solide architetture di fiducia, con segmentazione rigorosa dei dati e perimetri di conformità chiari.
Ma soprattutto serve che la candidatura italiana dichiari una quota di capacità di calcolo riservata, per statuto e non per cortesia, alle università e ai centri di ricerca delle due sponde del Mediterraneo. Se l'accesso al calcolo è la condizione della cittadinanza scientifica, non può essere privilegio di geografia o di bilancio: deve essere un diritto esigibile, misurabile, verificabile. Un diritto di calcolo, come scrive Cicione, per impedire che l'Europa digitale ripeta la geografia diseguale dell'Europa industriale.
La finestra è stretta. I quattro miliardi della seconda fase dipendono dal bilancio UE 2028-2035 che si sta negoziando adesso, e la seconda edizione del Piano d'Azione del Patto per il Mediterraneo è attesa entro fine anno. Due tavoli che oggi non si parlano: senza la dimensione mediterranea il calcolo europeo nasce zoppo, senza il calcolo il Patto resta una dichiarazione di amicizia fra sponde. Un territorio che riceve macchine senza acquisire le competenze che le governano resta una colonia con buon clima. Il popolo del Sud lo sa da due secoli: questa volta tocca a noi scrivere la risposta.
