Il 5 dicembre il colosso americano Kfc apre due fast food sulle piste da sci di Madonna di Campiglio e Cortina d'Ampezzo, e la montagna trentina e veneta si ribella. Meno di ventiquattro ore dopo l'annuncio, ambientalisti, alpinisti e opposizioni locali si sono compattati contro lo sbarco del Kentucky Fried Chicken a quasi duemila metri di quota.
L'operazione, come riporta il Corriere della Sera, nasce da una partnership tra la multinazionale e Super G, catena italiana di mountain club nota per gli après-ski: due Quick Service Restaurant affacciati direttamente sulle piste, uno nella Piana di Nambino a 1.700 metri, l'altro nel comprensorio Monte Faloria-Cristallo. Un primato nazionale, il primo Kfc a gestione diretta sulle piste da sci italiane, che secondo Il Dolomiti servirebbe a rispondere ai desideri della Gen Z e del turismo internazionale.
La montagna che diverte al posto della montagna che insegna
La reazione più dura arriva da Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, che al Corriere non usa mezzi termini.
È finita la stagione della polenta con le luganeghe: ora a migliaia di consumatori si offre pollo fritto, musica a tutto volume e voli in elicottero.
Parole che pesano come un sasso, perché descrivono esattamente ciò che sta accadendo: la montagna non è più un luogo di lavoro, di comunità, di cultura contadina. Diventa un luna park per turisti danarosi, dove il cibo standardizzato e la musica a tutto volume annientano ogni identità. La stessa area della Piana di Nambino, come ricorda Il Corriere della Sera, era già finita al centro delle polemiche l'anno scorso per la musica ad alto volume dell'après-ski del Super G.
Manuela Baldracchi, presidente di Italia Nostra Trento, chiama in causa direttamente le scelte della pubblica amministrazione: il nuovo Kfc verrà realizzato in un'area già martoriata sotto l'aspetto paesaggistico e acustico. Siamo di fronte allo stravolgimento della montagna che insegna, sostituita dalla montagna che diverte. Lo sviluppo della nostra economia, dice Baldracchi, non ha bisogno di interventi che annullano la nostra identità e la appiattiscono su modelli standardizzati nati nei centri commerciali urbani.
E i decisori pubblici? Sempre pronti ad autorizzare interventi privi di visione e di indirizzi condivisi con la popolazione. Questa è la classe dirigente che ci governa: si piega davanti al capitale, si inchina davanti al marketing, e la comunità non conta nulla.
Il paradosso di spa e piscine a duemila metri
Cristian Ferrari, presidente della Società degli alpinisti tridentini, sposta il discorso su un piano sistemico. Nulla contro il pollo fritto in sé, dice, ma il problema è un altro: costruire spa e piscine in alta quota dentro strutture storiche nate per gli escursionisti, con consumi massicci di energia e acqua dopo mesi segnati dalla siccità nei rifugi.
Ecco il punto. Mentre i rifugi rationano l'acqua per la siccità, qualcuno costruisce piscine riscaldate e frigge pollo a 1.700 metri. Non si tratta di mettere in discussione la libertà d'impresa, conclude Ferrari, ma di chiedersi quale modello di sviluppo vogliamo sostenere. Queste proposte non nascono dal nulla: rispondono a una domanda turistica, incontrano un'offerta imprenditoriale e sono rese possibili da scelte amministrative. Un meccanismo, dice ancora, che finisce per alimentare sé stesso, trasformando progressivamente la montagna in un luogo dove riproporre modelli di consumo già disponibili altrove.
Le opposizioni attaccano: identità svenduta al Kentucky
Lo scontro è presto approdato nelle aule istituzionali. In consiglio provinciale, la consigliera di Casa Autonomia Paola Demagri ha sferrato un attacco frontale alla giunta leghista.
L'identità trentina viene svenduta al pollo del Kentucky. Quella che stiamo vedendo è la plastica dimostrazione del fallimento della nostra classe dirigente politica.
La giunta provinciale, aggiunge Demagri, ha completamente perso di vista quella trentinità che tanto sbandiera nei giorni di festa e nei salotti buoni, ma che poi svende alla prima occasione utile. E il colpo più duro va alla Lega locale, il partito che si riempie la bocca di territorio e tradizione: dicono di voler tutelare il territorio ma si piegano alle logiche del consumo di massa. Il sovranismo della Lega si ferma dove inizia il portafoglio delle multinazionali.
Jacopo Zannini, componente del coordinamento provinciale di Alleanza Verdi e Sinistra, spiega al Corriere che la scelta è paradigmatica della deriva del modo di vivere la montagna. Il punto, dice, non è demonizzare un marchio, ma chiedersi quale futuro vogliamo per le nostre vette. Da Avs evidenziano inoltre l'incoerenza rispetto ai riconoscimenti di sostenibilità ottenuti dall'Apt locale: si premia la sostenibilità sulla carta e si autorizza il fast food sui ghiacciai.
Quale montagna vogliamo difendere
Questa storia, come ricostruita da Open, non è solo la cronaca di una polemica tra associazioni e amministrazioni. È la fotografia di un modello di sviluppo che ha già divorato le periferie, i centri storici, le coste, e ora punta alle vette. La montagna non è un brand da sfruttare: è un luogo di lavoro, di comunità, di saperi tramandati, di lotte contadine e operaie che non si arrendono alla standardizzazione.
Il messaggio è chiaro: non si difende il territorio sventolando bandiere locali nei comizi mentre si consegnano piste e piane al capitale globale. Si difende con la partecipazione, con gli indirizzi condivisi con chi vive e lavora in quota, con il coraggio di dire no quando il no serve. Il 5 dicembre i fryer si accenderanno a 1.700 metri. Sta a chi ama la montagna vera dimostrare che quella fritta non è l'unica strada.
Photo: Open
