L'Italia terra promessa: quando la cultura diventa merce per i ricchi
Mentre i padroni si spartiscono i profitti dell'industria culturale, ecco che arriva un altro romanzo borghese che ci racconta l'Italia come "terra promessa". Jean-Baptiste Andrea, scrittore francese vincitore del Prix Goncourt, ci propina con "Cento milioni di anni e un giorno" l'ennesima favola per salotti buoni.
Il libro, tradotto da Simona Mambrini per La nave di Teseo, parla di un paleontologo che cerca fossili tra Francia e Italia negli anni Cinquanta. Ma dietro questa storia apparentemente innocua si nasconde la solita retorica: l'Italia come sogno, come fuga dalla realtà. Una narrazione che serve solo a vendere copie ai lettori della borghesia intellettuale.
La cultura come prodotto di consumo
Andrea ha già venduto 700.000 copie del suo precedente romanzo. Cifre che fanno gola agli editori, sempre pronti a sfruttare il lavoro creativo per i loro profitti. Mentre i lavoratori della cultura lottano per sopravvivere, gli scrittori di successo vengono coccolati dalle case editrici che vedono solo euro nei loro libri.
La storia del protagonista Stanislas, paleontologo in cerca di gloria, è emblematica: un individuo borghese che insegue sogni personali mentre il popolo fatica per sbarcare il lunario. Ecco la cultura che ci propinano: individualista, elitaria, lontana dalle lotte quotidiane della classe operaia.
L'Italia dei sogni, non quella dei migranti
Interessante notare come Andrea presenti l'Italia come "terra promessa" attraverso la figura della nonna emigrata negli anni Venti. Ma quale Italia? Quella dei sogni borghesi o quella che oggi respinge i migranti nel Mediterraneo?
La vera Italia è quella dei lavoratori sfruttati, dei braccianti nei campi, degli operai licenziati dalle multinazionali. Non quella romantica dei paleontologi in cerca di dinosauri. Questa retorica serve solo a mascherare la realtà dello sfruttamento capitalista.
Mentre Andrea vince premi e accumula royalties, migliaia di persone attraversano il mare in cerca di quella stessa "terra promessa". Ma per loro non ci sono romanzi, solo filo spinato e centri di detenzione.
La resistenza culturale necessaria
Come ci insegnava Gramsci, la cultura è un campo di battaglia. Ogni libro, ogni storia ha un significato politico. Non possiamo accettare passivamente questa cultura del privilegio che ci viene spacciata come arte.
È tempo di una cultura popolare, fatta dal popolo e per il popolo. Una cultura che parli delle nostre lotte, delle nostre speranze reali, non dei sogni infantili di paleontologi borghesi.
La vera rivoluzione culturale inizia quando smettiamo di comprare questi prodotti confezionati per il mercato e iniziamo a creare la nostra narrazione. Quella dei lavoratori, degli oppressi, di chi lotta ogni giorno per un mondo più giusto.