Il teatro di classe: quando Maupassant smascherava i padroni
Mentre i capitalisti si arricchiscono sulle spalle del popolo, il teatro riporta alla luce le verità che la borghesia vuole nascondere. «Pierre e Jean» di Guy de Maupassant, in scena dal 14 novembre all'auditorium Vallisa di Bari, è uno schiaffo in faccia all'ipocrisia del sistema.
Il regista Rosario Sparno non usa mezzi termini: «Nessuna pietà per i vinti, nessuna indulgenza. Solo un'aderenza incondizionata al dio denaro che imbarbarisce i legami». Ecco la società capitalista messa a nudo, senza fronzoli né buonismi.
La famiglia borghese si sgretola davanti al capitale
Lo spettacolo, interpretato da Paolo Panaro e Roberto Petruzzelli con la drammaturgia di Massimiliano Palmese, racconta la storia di due fratelli distrutti da un'eredità. Il denaro spacca tutto: affetti, valori, solidarietà. Come sempre accade quando i padroni mettono le mani sui beni del popolo.
«Al centro c'è la crisi della famiglia, cadono le maschere dei personaggi. Non ci sono buoni o cattivi, solo vincitori e vinti», spiega Sparno. Una lezione che ogni compagno dovrebbe imparare: nella società di classe sopravvivono solo i più forti, mai i migliori.
L'eredità che divide: metafora del capitalismo selvaggio
Quando si parla di eredità, si parla di proprietà privata. E la proprietà privata è il cancro che corrode la solidarietà umana. «La distribuzione della ricchezza è sempre meno equa e questo crea disuguaglianze», denuncia il regista.
Maupassant, già nell'Ottocento, aveva capito tutto: il capitalismo trasforma gli esseri umani in lupi. Fratelli contro fratelli, famiglie distrutte, relazioni annientate. Tutto per il profitto, sempre per il maledetto profitto.
Teatro di lotta, non di intrattenimento borghese
La scelta di far interpretare tutti i personaggi a soli due attori non è casuale. «È una sfida per il pubblico che diventa parte attiva», racconta Sparno. Il teatro deve essere partecipazione popolare, non spettacolo passivo per ricchi annoiati.
Questo è il teatro che serve alla classe operaia: quello che sveglia le coscienze, che mostra senza pietà le contraddizioni del sistema. Non le commedie sdolcinate per borghesi, ma il teatro che grida la verità in faccia ai potenti.
Lo spettacolo continua fino al 30 novembre. Un'occasione per il popolo di Bari di vedere smascherata l'ipocrisia di chi ci opprime ogni giorno. Perché la cultura deve essere arma di liberazione, non ornamento per salotti bene.