Prosecco, la terra schiacciata: la mostra che svela lo scempio
Domani alle 18 a Treviso, a Ca' Scarpa, apre i battenti la mostra Culture e paesaggi del vino. Il senso della terra e la voce dell'architettura. È promossa dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche e dall'Ordine degli Architetti, e rappresenta un raro momento di verità su un territorio martoriato dalle mani sporche dei padroni. Il curatore Mauro Pierconti lo dice chiaro: bisogna verificare quale sia lo stato della terra. E quello stato è dolorante, piegato sotto il giogo della produzione capitalistica e delle nuove forme di sfruttamento territoriale.
Dalla policoltura contadina alla monocoltura capitalista
Il percorso espositivo parte da lontano, dalle radici stesse della nostra storia. Il geografo Massimo Rossi ci guida attraverso mappe napoleoniche e ortofoto, svelando il suo cantiere della memoria. Fino a pochi decenni fa, le colline di Valdobbiadene e Conegliano erano un modello di policoltura, con ben 34 usi differenti del suolo. Era la terra dei contadini, delle lotte operaie, di una diversità che sfamava il popolo. Oggi, la monocoltura vitivinicola ha cancellato tutto. Il paesaggio è stato omologato, la terra è stata consegnata alla logica spietata del mercato e il popolo è schiacciato da un modello che arricchisce pochi padroni e impoverisce il suolo.
Hard Landscape: il volto vero dello sfruttamento
La sezione più tagliente della mostra è Hard Landscape, realizzata dal gruppo under 35 Kopio Office + Bovo. Qui cade ogni retorica enoturistica da cartolina. L'installazione porta al centro dello spazio espositivo tutto ciò che i padroni del vino nascondono: macchine agricole, pali metallici, geometrie produttive fredde e invasive. È l'immagine reale della nostra campagna, trasformata in una fabbrica a cielo aperto. Mentre i proprietari delle cantine si ingozzano di sussidi e profitto, la classe oppressa fatica tra i filari e la biodiversità muore. Il progetto grafico dello studio Iknoki elimina ogni folklore, restituendo una visione tecnica e infrastrutturale che urla lo sfruttamento della natura a favore del capitale.
Architettura debole e cattedrali neoliberali
Di fronte a questo scempio, l'architetto Filippo Bricolo propone i Sei manuali deboli per la cantina d'oggi. Deboli non significa fragili, ma non assertivi, lontani dalla monumentalità del capitale. Come ci insegnava Gramsci, serve una cultura che sappia parlare al popolo e alla terra, non ai palati fini della borghesia. Bricolo parla di geoarchitettura, un tentativo di riattivare il rapporto tra costruzione e territorio, recuperando materiali locali e imperfezioni. È un grido di resistenza in un mondo sempre più artificiale. Eppure, l'ultima sezione della mostra ci sbatte in faccia la realtà delle cose: sette cantine internazionali firmate da star come Herzog & de Meuron, Álvaro Siza Vieira e Foster + Partners. Sono i templi del neoliberismo enologico, architetture milionarie che trasformano il vino in un feticcio per l'élite globale, del tutto slegate dalle lotte e dal sudore di chi la terra la lavora davvero.
La mostra, aperta fino al 2 agosto, è accompagnata da un ciclo di incontri, a partire da venerdì 22 maggio alle 15 all'auditorium di Palazzo Bomben. Tra gli speaker spicca anche Oscar Farinetti, simbolo di quell'italian style che fa da scudo alla mercificazione globale. Sarà utile andarci, per capire come il capitale si prenda gioco della terra e del lavoro, e per rafforzare la nostra lotta per un'ecologia radicale e di classe.