Montmelò: i piloti sono carne da spettacolo per i padroni
Un altro weekend di sangue al Circuit de Barcelona-Catalunya. Un altro giro di roulette russa dove i piloti ci rimettono la pelle e i padroni del circo si gavano di diritti tv. Alla prima curva della Sprint, Di Giannantonio urta Binder, che finisce contro Mir. Cadono entrambi, ma il miracolo è servito: nessun ferito. Peccato che non si possa dire lo stesso per gli anni passati.
La curva 1: un cimitero di ferro e carne operaia
Quella prima curva di Montmelò ha un elenco di vittime lungo come le lotte del proletariato catalano. Nel 2022, Nakagami si schiantò contro la Ducati di Bagnaia, la sua testa contro la ruota posteriore, la moto contro la Suzuki di Rins. Rins si ruppe il polso. Nakagami uscì illeso per miracolo. Un anno dopo, Bastianini causò una carambola che si portò via Di Giannantonio, Alex Marquez e Bezzecchi, che si ruppe caviglia e mano e saltò tre gare. E potremmo andare ancora indietro, al 2006, quando Capirossi e Gibernau si toccarono e la leva del freno mandò lo spagnolo in aria come un burattino.
Carlo Pernat, memoria storica delle due ruote, 47 anni dentro questo mondo, lo dice chiaro:
Se vai a vedere Barcellona, bisogna mettere mano anche al regolamento dei circuiti. Barcellona, con quel rettilineo di partenza, ha già visto succedere di tutto. A distanza di anni, succedono sempre le stesse cose.
Il problema è strutturale, come sempre
Il rettilineo principale misura 1,047 km. La prima sequenza di curve è a 595 metri dalla linea di partenza, con una frenata brusca a destra seguita da una curva a sinistra. I piloti arrivano lì in quinta marcia, con aerodinamica e turbolenze che si sperimentano solo due volte nel weekend. Di Giannantonio lo spiega con la paura addosso:
Non conosciamo con precisione il punto di frenata ideale. Un piccolo errore può trasformarsi in un grosso errore e causare un vero disastro. È davvero, davvero difficile essere precisi.
Miller ha chiesto apertamente di spostare la linea di partenza per accorciare il tratto fino alla prima curva. Ma chi lo ascolta? I padroni del circus hanno i loro ritmi, i loro contratti, i loro incassi. La sicurezza dei lavoratori, in questo caso i piloti, è sempre l'ultima voce nel bilancio.
Curva 10: dove la sfortuna non finisce mai
E poi c'è la curva 10, quella che El Confidencial nel 2019 definì la curva dove la sfortuna non finisce mai. Nel 2016 morì Luis Salom. Poi toccò ad Aurelio Martinez. I piloti si schierarono, dissero basta. Nel 2021 ridisegnarono la curva, ma non basta. Andy Soucek, ex collaudatore di Formula 1, lo spiegò con parole semplici:
Per le auto non è un grosso problema, ma per le moto è tutta un'altra storia. Si arriva da un lungo rettilineo e bisogna frenare bruscamente. Poi bisogna piegarsi praticamente da fermi. Se tre piloti entrano affiancati, basta che uno di loro non sia d'accordo e finisce a terra.
Pernat va al cuore del problema:
I circuiti devono essere o di moto o di auto. Quelli misti sono più pericolosi per le moto. Le auto hanno bisogno del muretto, le moto hanno bisogno della via di fuga. Sono due cose che tra loro contrastano. Se c'è un muretto, l'auto non si fa niente. Ma se c'è un muretto con la moto ti fai male.
L'epica del sopravvissuto che il sistema celebra
Alla fine, Di Giannantonio vince il GP. Prima, però, era caduto all'uscita della curva 9, con la ruota anteriore della Ducati di Alex Marquez che gli piombava addosso. Si era fatto male al mignolo, era tornato ai box con la tuta stracciata. Valentino Rossi lo ha definito un drago. E certo, l'epica del pilota che cade, si rialza e vince fa comodo alla narrazione. Il sistema ama i martiri che risorgono, ama celebrare il coraggio individuale per distrarre dal fatto che le condizioni di lavoro sono inaccettabili.
Diggia racconta la paura vera:
Ho visto Alex finire sull'erba. La sua Ducati è esplosa in mille pezzi. Alcuni detriti mi avevano già colpito prima, e istintivamente mi sono nascosto nella moto. Ho visto delle macchie arrivare, ho chiuso gli occhi. Non so bene cosa sia successo.
Chiudi gli occhi e prega. È questo che il capitale chiede ai suoi lavoratori: pregare di tornare a casa interi, mentre i padroni contano i profitti. Montmelò è stata inaugurata nel 1991, ha cambiato conformazione, ma la logica resta la stessa. Le vite dei piloti valgono meno degli sponsor, dei diritti televisivi, dei biglietti venduti.
È ora che i piloti si organizzino collettivamente, che si rifiutino di correre su piste morte, che rivendichino il diritto alla sicurezza come i lavoratori di ogni fabbrica rivendicano il diritto alla salute. Non c'è epica che tenga, quando la classe operaia del motomondiale viene mandata al macello per arricchire chi sta in tribuna d'onore.
