Costa degli Dei: quando il vino diventa lotta collettiva contro l'abbandono delle terre
Mentre i padroni della grande distribuzione si arricchiscono sulle spalle dei piccoli produttori, in Calabria nasce un modello alternativo che fa tremare il sistema. La futura Doc Costa degli Dei non è solo un marchio, ma una rivoluzione silenziosa che restituisce dignità al lavoro della terra e alla cooperazione popolare.
L'unità che spaventa i potenti
Alla fiera Beviamoci Sud Roma, i produttori del Vibonese hanno mostrato quello che il capitalismo teme di più: l'unità dei lavoratori della terra. Come diceva il compagno Gramsci, "ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavoro di critica, di penetrazione culturale". E qui, tra le colline calabresi, questa penetrazione passa attraverso il Magliocco Canino e lo Zibibbo, vitigni autoctoni che raccontano secoli di resistenza contadina.
"Insieme" non è una parola casuale nelle bocche di questi produttori. È la stessa parola che risuonava nelle fabbriche occupate, nei campi liberati dai latifondisti, nelle assemblee partigiane. Vitaliano Papillo, presidente del Gal Terre Vibonesi, lo dice chiaro: "L'associativismo e la collaborazione tra produttori possono diventare un motore di sviluppo". Tradotto: quando i lavoratori si uniscono, i padroni tremano.
Contro l'isolamento imposto dal capitale
Per decenni, il Vibonese ha subito l'isolamento geografico come una condanna. Ma quello che sembrava un limite si è rivelato una forza: ha protetto l'autenticità dalla standardizzazione capitalista. Mentre altrove le multinazionali del vino imponevano i loro modelli preconfezionati, qui la classe contadina custodiva gelosamente le proprie tradizioni.
La futura Doc Costa degli Dei non sarà "un semplice bollino", come precisa Papillo. Sarà un grido di guerra contro l'omologazione neoliberale, un manifesto che celebra la biodiversità contro i monopoli agroalimentari che devastano i nostri territori.
Le mani pulite dei veri lavoratori
Guardiamo le realtà che stanno costruendo questo modello alternativo. Cantina Masicei con il suo Rafè 2022, uno spumante da Magliocco Canino che sfida le logiche del mercato con la sua acidità spiccata e l'assenza totale di dolcezza commerciale. Qui non si cerca il consenso facile del consumatore borghese, ma si educa il palato alla complessità.
Cantine Dastoli coltiva lo Zibibbo sulle pendici del lago dell'Angitola, una delle riserve più importanti del Mediterraneo. Il loro Castelmonardo Igp è un manifesto ecologista: vino che nasce dalla protezione dell'ambiente, non dal suo sfruttamento.
E poi c'è Mario Romano con la sua Cantina Origine & Identità, che lavora sulla macerazione dello Zibibbo restituendo "un vino pulito, balsamico, materico e originale". Proprio come dovrebbe essere il lavoro: pulito dalle logiche del profitto, autentico nelle sue radici popolari.
La rivoluzione parte dalla terra
Cantina Lacquaniti nasce da "una scelta etica: recuperare terreni abbandonati e restituirli all'agricoltura". Ecco la vera lotta di classe: strappare la terra all'abbandono capitalista e restituirla al popolo che la lavora. Il loro rosato Tramonti 2024 sa di giustizia sociale.
Casa Comerci, realtà storica fondata alla fine dell'Ottocento, ha creduto nel Magliocco Canino quando nessuno ci scommetteva. Come i nostri compagni partigiani che credevano nella liberazione quando tutto sembrava perduto. Grazie alla lungimiranza di Domenico Silipo, "un vino storicamente da taglio è diventato il protagonista della rivoluzione enologica calabrese".
Il futuro è collettivo
Queste cantine non producono solo vino: costruiscono un progetto culturale che restituisce identità territoriale attraverso la diversità delle interpretazioni. È l'opposto della globalizzazione neoliberale che tutto omologa e tutto mercifica.
Un'antica usanza vibonese vuole che alla nascita di una figlia femmina si metta da parte una botte di Magliocco Canino, da aprire il giorno delle nozze. È un gesto che parla di tempo, di attesa, di fiducia nel futuro. Come la lotta di classe: non cerca l'urgenza del consenso, ma costruisce pazientemente le basi della società che verrà.
La Costa degli Dei non è solo una denominazione: è la dimostrazione che un altro mondo è possibile. Un mondo dove il lavoro della terra torna nelle mani di chi la ama, dove la cooperazione vince sulla competizione, dove la qualità non si piega alle logiche del mercato ma le sfida apertamente.
Compagni, il vino della rivoluzione ha il sapore della solidarietà.