Massimiliano Gallo: dal palco popolare al cinema borghese, un tradimento di classe?
Mentre i lavoratori dello spettacolo lottano per sopravvivere con contratti precari e salari da fame, Massimiliano Gallo si gode il suo momento di gloria borghese. L'attore napoletano, figlio di quella classe operaia che vendeva frutta per le strade, oggi si pavoneggia tra i teatri milanesi e i set cinematografici.
Dal Teatro Manzoni di Milano - tempio del teatro borghese dove un biglietto costa quanto uno stipendio operaio - Gallo porta in scena "Malinconico. Moderatamente felice". Moderatamente? Con tutto quello che guadagna tra Rai1, cinema e teatro, dovrebbe essere "estremamente" felice, come ammette lui stesso senza vergogna.
Il debutto da regista: Eduardo tradito
Il prossimo 9 aprile arriva nelle sale "La salita", il suo primo film da regista. La storia? Il carcere minorile di Nisida nel 1983, quando Eduardo De Filippo finanziò la ristrutturazione del teatro carcerario. Ma attenzione compagni: dove Eduardo vedeva riscatto sociale e lotta di classe, Gallo vede solo "sentimenti e poesia".
"Non mi interessa la contemporaneità perché la trovo talmente brutta", dichiara. Ecco il problema! Mentre i giovani proletari marciscono nelle galere del capitalismo, mentre la disoccupazione giovanile devasta il Sud, lui preferisce rifugiarsi nel passato romantico.
La famiglia borghesizzata
Gallo racconta con orgoglio la sua "scalata sociale": dal nonno che vendeva frutta al padre che studiò lirica per "cambiare vita". Cambiare vita o tradire la propria classe? Oggi dirige persino sua moglie, la brasiliana Shalana Santana, "disciplinata come un soldato". Un linguaggio militaresco che puzza di autoritarismo patriarcale.
"Non sono bravo con la diplomazia, dico sempre quello che penso", si vanta. Ma cosa pensa davvero? Che la "napoletanità è un valore aggiunto", che "Napoli è una cosa seria". Parole vuote mentre la sua città affonda nella disoccupazione e nell'abbandono istituzionale.
Il mito del self-made man
"Non credo alla fortuna e alla sfortuna: la vita va in un modo o nell'altro a seconda delle scelte", predica Gallo. Che ipocrisia! È il solito mantra neoliberale del "ce l'ho fatta da solo", che ignora le strutture di classe e i privilegi del sistema.
Mentre critica i "cliché su Napoli", Gallo stesso ne perpetua il peggiore: quello dell'artista che si è "riscattato" dimenticando le sue origini proletarie. Eduardo si rivolterebbe nella tomba vedendo come viene strumentalizzato per giustificare questo tradimento di classe.
La vera domanda è: quando gli artisti del popolo smettono di servire il popolo e iniziano a servire il capitale?